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(segue dalla prima pagina) Lo Stakeholder Engagement – viene specificato - riguarda non solo azionisti e dipendenti ma clienti, comunità locali, pubblica amministrazione, ambiente, consumatori finali e fornitori Verrebbe da chiedere a chi lo ha promulgato - Marco Giovannini, Ceo del gruppo, e Franco Bove, direttore generale dello stesso - se l'impegno preso è ancora valido. Se sì bisognerebbe forse incamminarsi verso nuove valutazioni accanto alle giuste espressioni di solidarietà che si stanno realizzando nello stabilimento di Torre d'Isola, secondo la più scontata liturgia di sepoltura delle nostre residue realtà produttive e industriali. Perché, francamente, qui si ha l'impressione che si voglia fare il funerale a realtà ancora vitali. Dunque perlomeno sarebbe il caso di sapere chi ha fatto la diagnosi e perché ha steso il referto. Per uscire da metafora stupisce che tanto per cominciare l'opinione pubblica sappia tutto, o quasi, degli operai licenziati, mentre, finora, sulla multinazionale da cui dipende il loro destino ci sia una torpida dissolvenza. La Guala sorta nel 1954 in quel di Alessandria era nata come impresa famigliare che, fornendo tappi per imbottigliare amari (Ramazzotti, Cynar) e liquori (Stock, etc), ha conosciuto rapidamente un clamoroso successo. Nel 1998 viene ceduta a un fondo d'investimento che a velocissime tappe la porta a essere una multinazionale con 25 stabilimenti nel mondo. Una realtà che produce ogni anno 14 miliardi di tappi, sempre più complessi (i più sofisticati sono composti da ben 14 elementi). Il fatturato passa dai 134 milioni del 2002 ai 497 milioni del 2012. All'origine del successo sta il fatto che il Gruppo intuisce che un tappo non è solo un tappo ma un formidabile e sofisticato strumento antisofisticazione e antiadulterazione, fenomeni che nel mondo degli alcolici provocano migliaia di morti ogni anno e provocano danni per centinaia di milioni alle aziende produttrici. Al GualaClosures fanno ricerca, brevettano (75 brevetti internazionali), sanno competere. Sarebbe interessante capire, ad esempio, quanto le realtà di ricerca locali – l'università pavese, ad esempio – siano state coinvolte dal quartier generale di Spinetta Marengo su questi fronti innovativi. Di certo chi guida l'espansione sa il fatto suo e chi ha investito nel gruppo non ci perde. A proposito, chi sono gli azionisti di GualaClosures? Al 58% il DLJ Credit Suisse, al 19,6% Intesa San Paolo, al 10,8% Unicredit. Poi, all'11,7, ci sono i manager stessi. Quelli che pilotano un gruppo da quasi 4000 dipendenti. GualaClosures non è una multinazionale che sta sulla luna: ha il quartier generale a Spinetta Marengo, dei manager che ci mettono la faccia parlando di sostenibilità ambientale e, soprattutto, hanno dimostrato un'assoluta consapevolezza di quanto l'immagine di trasparenza e dialogo con i dipendenti, i consumatori e le comunità circostanti, sia indispensabile. E' irrinunciabile soprattutto per un'impresa che garantisce ai milioni di consumatori l'affidabilità non solo di bevande e liquori ma anche, nuovo settore di recente espansione, di sciroppi e farmaci. Per questo, al di là delle liturgie sindacali e occupazionali, quello che è accaduto nella fabbrica di Torre d'Isola merita un'attenzione non solo locale. E richiede, da parte del gruppo di Spinetta Marengo, spiegazioni e risposte che purtroppo, finora, non si sono sentite. Nonostante lo Stakeholder Engagement.