Primo sì alle riforme Renzi: «Dissidenti? Non temo il voto»

di Gabriele Rizzardi wROMA «Al Senato è stata approvata una riforma straordinariamente importante. Stiamo dando un grande segnale di cambiamento e siamo certi che se l'Italia fa le cose che deve fare, può essere il locomotore che porta non solo l'Italia, ma l'Europa fuori dalla crisi». Dopo una giornata di trattative e minacce, la commissione Affari Costituzionali del Senato trova l'accordo sulla riforma di Palazzo Madama e Matteo Renzi tira un sospiro di sollievo. «Non ho preoccupazione per il voto. Leggo di fronde, dissenso, crisi... Ma guardate che siamo tutti d'accordo sul 98% dei punti» assicura il premier, che non teme brutte sorprese, spiega che dopo la riforma del Senato «riprenderà il percorso della legge elettorale» e lancia un messaggio a Luigi Di Maio e Beppe Grillo: «La prossima settimana vorrei incontrare di nuovo i 5 Stelle». Il premier esulta ma l'approdo della riforma nell'Aula del Senato, che doveva esserci ieri, slitta a lunedì prossimo. E il testo licenziato dalla Commissione, si può essere certi, sarà ancora modificato. È questo il risultato di una giornata convulsa, che si è aperta con il ritiro della firma di Roberto Calderoli, che ha sollevato dubbi sulla modalità dell'elezione dei senatori tra i consiglieri regionali, ed è proseguita con la minaccia degli esponenti del Nuovo centrodestra di far saltare il tavolo. Poi, da una corposa "fronda" di 22 senatori di centrodestra (17 di Fi e 5 di Gal) è arrivata la richiesta di far slittare l'approdo in Aula e, come se non bastasse, in Commissione per tutta la mattinata c'è stato l'ostruzionismo di Sel e dei 5 Stelle. L'elezione indiretta dei Senatori è stato il nodo che ha rischiato di far deragliare il treno delle riforme. La norma su cui Ncd e Lega hanno puntato i piedi prevedeva che i seggi per l'elezione del nuovo Senato fossero attribuiti «con sistema proporzionale, tenuto conto, della composizione del Consiglio regionale» come si legge nel testo scritto da Anna Finocchiaro. «Questo» sbotta Roberto Calderoli «significa che si sa già in partenza quanti senatori spettano a ciascun gruppo, e che quindi il voto dei consiglieri regionali perde di peso. Neanche in Russia...». La tensione sale alle stelle e Andrea Augello (Ncd) avverte Renzi: «È un pasticcio costituzionale. Se il testo rimane così è difficile votarlo». Il nuovo intoppo sul sistema di elezione indiretta mette in allarme governo e maggioranza. Anna Finocchiaro si dice disponibile a riscrivere l'emendamento sotto accusa mentre Denis Verdini e Paolo Romani provano a convincere i "frondisti" di Forza Italia, che non arretrano di un millimetro dalla richiesta di un rinviare di qualche giorno l'approdo in Aula della riforma, e alla fine assicurano che i no non saranno molti: «Il patto del Nazareno sarà rispettato». Le punture di spillo, però, arrivano anche dai dissidenti del Pd e Corradino Mineo invita Renzi a «stracciare» il patto del Nazareno: «Sei ancora in tempo...». Il governo, invece, tira dritto. Anna Finocchiaro riscrive il suo emendamento e fa saltare la norma secondo cui era necessario «tenere conto della composizione di ciascun Consiglio regionale». A quel punto, anche Angelino Alfano dà l'ok e la Boschi tira un sospiro di sollievo: «Sono molto soddisfatta. Esce dalla Commissione un buon testo». «Si compie un importante passo avanti per il paese sul cammino del cambiamento» aggiungono i vicesegretari del Pd, Serracchiani e Guerini. E Calderoli? La sua firma sotto l'emendamento Finocchiaro non c'è ma lui fa capire che il più è fatto: «Il testo, adesso, è tornato ad essere democratico...». ©RIPRODUZIONE RISERVATA