Il governo: i "frondisti" non preoccupano

ROMA È trasversale e mobile il fronte del dissenso alla riforma del Senato. Ma non in grado di impensierire il governo. Lo assicura il ministro Maria Elena Boschi: «Non siamo preoccupati sui numeri», dice tranchant. Perchè l'accordo con Forza Italia e Lega dovrebbe consentire di superare agevolmente la maggioranza assoluta di 160 voti. Sulla carta, dovrebbe essere possibile raggiungere e superare i 230 sì, i due terzi dell'Aula. Ma i contraenti del patto del Nazareno mettono in conto una certa quota di defezioni e per questo cercano in queste ore di assottigliare la pattuglia dei dissidenti (se ne contano almeno una trentina), disposti alle barricate in nome del Senato elettivo. Le firme in calce a un emendamento presentato da Vannino Chiti (Pd) in commissione fanno contare 20 defezioni solo tra le fila della maggioranza: 16 senatori del Pd (tra gli altri, Corradino Mineo e Massimo Mucchetti), due di Per l'Italia (Mario Mauro e Tito Di Maggio), uno di Ncd (Antonio Azzollini), più il socialista Enrico Buemi. A loro vanno aggiunti i forzisti capitanati da Augusto Minzolini: almeno una decina, assicura (si fanno tra gli altri i nomi di Caliendo, Bonfrisco, Zuffada, ma anche di D'Anna, che appartiene al gruppo Gal). Il fronte del Senato elettivo, assicurano i dissidenti, può ancora allargarsi alla prova del voto. Il gruppo Pd voterà in assemblea la linea da tenere in Aula, e la stima è che alla fine decideranno di votare no al massimo in sette o otto senatori. Mentre Silvio Berlusconi sta contattando personalmente i parlamentari di Fi malpancisti per convincerli a ripensarci. Inoltre, a tranquillizzare i senatori timorosi di perdere anzitempo il seggio potrebbe essere una norma transitoria (che dovrebbe essere introdotta con un emendamento dei relatori) per far entrare in vigore la riforma solo a scadenza della legislatura. Per queste ragioni, fino all'inizio delle votazioni in aula i numeri sono destinati a ballare. Ma al momento, al netto di chi apertamente dissente, i sì alla riforma sarebbero 92 del Pd (su 108 componenti del gruppo), 32 (su 33) di Ncd, 49 (su 59) di FI, 8 (su 10) di PI, 7 di Sc e 15 della Lega. In tutto, 203 senatori, che potrebbero diventare più di 215 con l'aggiunta degli 11 componenti del gruppo delle autonomie e di alcuni senatori di Gal (cinque o sei i sì accreditati). A votare no sarebbero invece i 40 M5S, i 14 ex grillini, i 7 di Sel, più 16 Pd, 10 FI, 1 Psi, 2 di PI, 1 di Ncd: 91 senatori in tutto.