COSÌ L'ITALIA NON CAMBIA FACCIA

di FABIO CHIUSI Che a Matteo Renzi piaccia ammantare la sua retorica del gergo internettiano e dell'innovazione non è un mistero. Si prenda il discorso di inaugurazione del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, a Bruxelles: l'Europa deve essere «smart», non «un puntino su Google Map», ha detto il 2 luglio all'Europarlamento. Altrimenti «se si facesse un selfie» ne uscirebbero stanchezza e rassegnazione. Il problema è che stanchezza e rassegnazione sono esattamente gli stati d'animo che si accompagnano alle parole pronunciate dal presidente del Consiglio a Digital Venice, alla presenza dei rappresentanti dei principali big del settore tecnologico, dell'economista Jeremy Rifkin e del commissario UE per l'Agenda digitale, Neelie Kroes. Meno brillante in inglese che in italiano, Renzi ha sì annunciato i cardini del semestre italiano per la materia: l'idea di un mercato e di una authority unica per il digitale, la possibilità che gli investimenti in tal senso siano esclusi dal patto di stabilità, il lancio di una strategia comune per la sicurezza informatica. Ma se, come auspicava la stessa vicepresidente Kroes prima dell'incontro, «è arrivato il momento di trasformare l'ambizione in azione», ecco riemergere l'insoddisfazione. Gli addetti ai lavori si attendevano indicazioni sulla nomina del nuovo presidente della immobile Agenzia per l'Italia digitale, la struttura creata dal governo Monti che «coordina le azioni in materia di innovazione per promuovere le tecnologie ICT a supporto della pubblica amministrazione», coerentemente con le indicazioni europee, e il cui vertice è vacante dalle dimissioni, a giugno, di Agostino Ragosa. Lo stesso ministro Marianna Madia, responsabile della materia, aveva auspicato al Corriere delle Comunicazioni una nomina «prima di Digital Venice». Finora non è accaduto, nemmeno durante. Ancora, un insieme di sigle della società civile – Da Diritto di Sapere ad ActionAid – ha lanciato nelle stesse ore un'iniziativa per chiedere a Renzi di mantenere, finalmente, la promessa fatta durante la campagna elettorale per la segreteria del Pd: «La prima cosa in assoluto che farei da premier è adottare il Freedom of Information Act». Ossia una legge, sul modello di oramai 90 Paesi nel mondo, che consenta a ogni cittadino di chiedere e ottenere con tempi e modalità certe e trasparenti accesso a documenti di suo interesse in possesso delle PA. Anche su questo, tuttavia, nulla, a parte un improbabile elogio dello sconosciuto principio della open transparency (qualunque cosa sia). Insomma, il premier che ha fatto del tweet una «unità di misura» (Mattia Feltri) sembra più a suo agio con gli annunci in 140 caratteri che con i fatti. Sottolinea che il primo meeting del governo sul digitale è fatto di ascolto, e poi quell'ascolto si traduce in una lunga, inutilissima serie di elogi e vaghi propositi – del tutto autointeressati – da parte di rappresentanti delle telco e dei colossi web. Precisa immediatamente che non vuole parlare solamente agli «esperti», ma anche e soprattutto ai cittadini – del resto, «senza ICT è impossibile rafforzare la democrazia in Europa» - ma poi, quando si tratta di interpellare questi ultimi, si limita ad aprire una casella di posta elettronica (rivoluzione@governo.it) invece di strutturare un discorso serio sulle ben più complesse e interessanti forme di democrazia digitale disponibili. Parla della cybersecurity come «priorità», e poi continua a non pronunciare una singola parola sullo scandalo Datagate. Che, del resto, ad ascoltare gli intervenuti sembra non essere mai esistito. E nemmeno risponde a Kroes quando, nel suo intervento, lo sollecita a prendere una posizione netta in difesa della neutralità della rete. Insomma, «l'Italia deve cambiare faccia e interfaccia», dice Renzi. Il punto è che non lo farà continuando a ripeterci ossessivamente, convegno dopo convegno, che il digitale è rivoluzione. ©RIPRODUZIONE RISERVATA