«L'eredità della pecora Dolly sarà la cura del Parkinson»

PAVIA Sir Ian Wilmut, lo scienziato inglese diventato celebre in tutto il mondo nel 1996 per aver clonato la pecora "Dolly", sarà oggi pomeriggio alle 17 impegnato in una lezione (la prima di un ciclo di conferenze dedicate alla memoria di M. Fraccaro, organizzate dai collegi Volta e Cairoli) in aula magna dell'Università dal titolo "Sulle prospettive aperte dalla clonazione nel campo delle terapie cellulari per il trattamento di patologie umane". Incontriamo il professore davanti al collegio Cairoli dove è ospitato; «Non chiamarmi professore o "Sir", chiamami Ian» ci accoglie. Diciotto anni dopo l'esperimento che l'ha consacrato alla fama mondiale sarà stufo Wilmut di ricevere domande su Dolly? «Qualche volta, ma sono consapevole dell'importanza di quell'esperimento per la storia della scienza e, soprattutto, delle implicazioni che ha avuto e avrà nel tentativo di curare malattie attualmente senza rimedio. Vengo citato come il padre della pecora Dolly, ma in realtà sarebbe più corretto definirmi il "nonno" della ricerca sulla riprogrammazione delle cellule». Quale dunque il rapporto tra la clonazione di un essere vivente e la cura, ad esempio, del Parkinson? «Dolly era stata un esperimento eclatante proprio perché abbiamo creato un intero essere vivente, il tutto partendo da una singola cellula di una ghiandola mammaria. E' proprio questo il trucco: riprogrammare una cellula già differenziata, annullare la sua specializzazione e renderla adatta a ricreare tessuti di natura totalmente diversa impiantandola in un ovulo. Il fatto di aver clonato una pecora ci ha portato attenzione e, per fortuna, anche finanziamenti per proseguire la ricerche ma non credo che sia utile concentrarsi su organismi completi e così complessi; in alcuni casi può essere utile creare esemplari corretti, ad esempio per curare malattie genetiche o preservare specie in via di estinzione, ma la strada chiaramente tracciata, quello che sarà il futuro della medicina, è rivolta allo studio di singoli tessuti e singole cellule che si ammalano». Quali potrebbero essere le tempistiche per ottenere dei risultati? «Molti anni sicuramente. Ci sono malattie, ad esempio il morbo di Parkinson o alcune patologie della retina, per le quali oggi non si può fare nulla. In un futuro, tra dieci anni ad esempio, si potranno prelevare cellule già specializzate, ad esempio della pelle, e riprogrammarle per ottenere tessuto neuronale sano; una sorta di auto trapianto immune da rigetto. Più a lungo termine, parlo anche di mezzo secolo, sarà possibile produrre in laboratorio organi e tessuti nuovi e funzionanti». Parlando di tecniche di clonazione immediatamente sorgono dubbi di natura etica e timori riguardo all'eventualità di clonazione di esseri umani. «Sono profondamente convinto che l'uomo vada rispettato e preservato nella sua individualità. E' totalmente inutile e sbagliato pensare di clonare una persona. Pensiamo a un calciatore straordinario come David Beckham: speculando sulla genetica tutti potrebbero aspettarsi che suo figlio sia talentuoso quanto lui, un bel modo per mettergli pressione! Non ha senso cercare di riprodurre le peculiarità di ognuno in laboratorio». Il futuro della clonazione ha dunque scopi esclusivamente terapeutici? «Assolutamente. Mio padre era diabetico, a causa della malattia perse la vista. Questa esperienza è stata sempre per me uno stimolo a cercare metodi per curare quelle malattie che oggi paiono condanne senza appello. Penso a patologie cardiache che sono causa di morte anche per individui giovanissimi. Un altro esempio: attualmente in Giappone un team è al lavoro per sviluppare un rimedio all'avanzare del Parkinson attraverso la riprogrammazione di cellule differenziate. Si tratta, in sostanza, di far fare alle cellule il percorso inverso, dalla specializzazione all'indifferenziazione, senza essere vincolati all'impiego di staminali embrionali». E' la sua prima visita a Pavia? «Sì, ho ricevuto l'invito a tenere questa lezione verso Natale. Sono stato diverse volte in Italia, un paese che ovviamente adoro. Per esempio qualche anno fa sono stato ospite del festival della scienza di Bergamo». Ci salutiamo davanti alla statua di Camillo Golgi; «un altro scienziato fondamentale nel lunghissimo percorso di comprensione del funzionamento delle cellule». Riccardo Catenacci