Pelagalli, vita da mediano «Quella finale col Benfica»

di Roberto Lodigiani wPIEVE PORTO MORONE L'attimo fuggente di Ambrogio Pelagalli svanisce in un Milan-Genoa di campionato: un banale incidente di gioco, la coscia dolorante, il verdetto impietoso del medico. Niente finalissima di Coppa Campioni contro il Benfica: quella partita, primo trionfo europeo dei rossoneri e di una squadra italiana nella manifestazione continentale (la Champions league dell'epoca), l'Ambrogio di Pieve Porto Morone dovette seguirla dalla tribuna. «Piansi per una settimana – racconta Pelegalli – Era un sogno a lungo inseguito e che sfumava miseramente. Avrei dovuto marcare Coluna, che era il centrocampista di maggiore talento dei lusitani, invece toccò a Pivatelli che alla fine del primo tempo con un'entrata diciamo decisa lo mise fuori combattimento». Morale: Benfica praticamente in dieci (all'epoca non esistevano le sostituzioni, lo avrebbe imparato a proprie spese l'Italia ai mondiali 1966 con Bulgarelli azzoppato e la Corea del Nord di Pak Doo Ik che clamorosamente ci sbatte fuori) e Milan che ribalta con una doppietta di Altafini il gol iniziale di Eusebio. Domani, cinquant'anni dopo meno un giorno la vittoria di Wembley, i reduci dell'impresa verranno premiati al Pirellone dal governatore Maroni (tifoso milanista). «Qualcuno non c'è più – mormora il Pela – se ne sono andati Ghezzi, Mora, David. Ma siamo rimasti ancora in tanti: io, Rivera, Altafini, Trapattoni, Cesare Maldini, Pivatelli». Classe 1940, dieci campionati di serie A, quattro di B, quindici stagioni in panchina e diverse da dirigente alle spalle, Pelagalli conserva nitidi ricordi della sua avventura al Milan e della galoppata che portò la squadra del paron Nereo Rocco sul trono continentale: «Esordio in A nel maggio 1960, Milan-Spal 3-1. Nelle giovanili rossonere mi ci aveva portato mio cugino Natalino Milani. Da Pieve passai al Dagrada Manzoni, che era una squadra satellite del vivaio milanista, poi seguii tutta la trafila fino alla prima squadra». Pelagalli era un centrocampista che oggi definiremmo di quantità, ma in un calcio molto diverso da quello attuale, ritmi più bassi e maggiore tasso tecnico, in cui anche i portatori di borracce dovevano avere i piedi buoni. Scudetto nel 1961/62, l'anno dopo Coppa Campioni, fino alla finalissima: «Il paron alla vigilia aveva deciso le marcature – rivela l'Ambrogio – Pivatelli su Coluna, Trapattoni su Torres e Benitez su Eusebio. Ma la pantera era incontenibile, ci fece gol quasi subito. Allora Maldini, che era l'allenatore in campo, ordinò al Trap di seguirlo come un'ombra. E Giuan, che certo non era tipo da impressionarsi (famosa una sua marcatura asfissiante su Pelè in un'Italia-Brasile amichevole di lusso a San Siro), lo limitò a dovere. Senza le scorribande di Eusebio, Benfica meno pericoloso e Milan che rimonta». Com'era quel Milan? «Un grande gruppo, guidato da un grandissimo allenatore. Rocco ci faceva trovare ogni mattina alle dieci, prima dell'allenamento mezz'ora di passeggiata insieme, a parlare, a discutere tra noi, per cementare l'intesa dentro e fuori dal campo. Con lui si faceva tanto ritiro: quando si giocava in Coppa, poteva cominciare il venerdì prima e concludersi la domenica dopo, con le perenni raccomandazioni di Rocco di riposare dopo la partita e di non pensare alla morosa o alla moglie. Il paron è stato un maestro di calcio, ma anche di vita. Mi ha insegnato moltissimo». Quanto si guadagnava? «Abbastanza per vivere, ma certo non per diventare ricchi come nella serie A di adesso». A 73 anni, tre carriere lunghe e cariche di successi dietro di sè, il Pela sente di poter dare ancora qualcosa al calcio e in particolare ai giovani: «Verrei volentieri alla Voghe. Quest'anno l'ho seguita quattro o cinque volte, ha un pubblico meraviglioso che merita una categoria professionistica. Mi occuperei volentieri del vivaio, mettendo al servizio della società la mia esperienza. Credo che nell'insegnare ai ragazzi si dovrebbe cominciare dalla tecnica, non dall'aspetto atletico, che pure è importante». Il Pela attende una chiamata. Sperando che stavolta l'attimo fuggente non gli passi davanti senza riuscire ad afferrarlo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA