I dubbi e l'altra verità sul chirurgo Brega Massone

di Maria Fiore wPAVIA Il dubbio. Quella stessa sensazione che pervadeva il giurato n. 8 del film di Sidney Lumet, La parola ai giurati, l'unico non convinto della colpevolezza dell'imputato, accusato di parricidio, e che finirà per condizionare il verdetto. «Sono stato in aula ad ascoltare mentre si costruiva l'accusa – dice il personaggio –. Tutti sembravano così sicuri che ho cominciato ad avere una strana impressione di questo processo: mi è sembrato tutto troppo sicuro». E demolire la certezza, peraltro consolidata da una sentenza di condanna a 15 anni e 6 mesi, è anche l'obiettivo del libro che racconta, da un altro punto di vista, la vicenda giudiziaria del chirurgo pavese della clinica Santa Rita Pier Paolo Brega Massone, scritto a quattro mani da Giovanna Baer e Giovanna Cracco (Edizioni Paginauno, 14 euro). "E se Brega Massone fosse innocente?": il titolo è un interrogativo che apre la finestra su un altra, possibile verità giudiziaria. Una contro-inchiesta sul medico condannato in primo grado per truffa e lesioni volontarie su 84 pazienti, che passa al setaccio, con un filtro di un colore diverso da quello dell'accusa, le migliaia di pagine di atti, le intercettazioni telefoniche, le consulenze scientifiche, le testimonianze. «Mi auguro che con questo libro anche persone estranee alla famiglia possano farsi un'altra idea della vicenda – dice la moglie Barbara Magnani –, diversa da quella che è stata presentata sui giornali». Magnani, come nasce questo libro? «Sono incappata per puro caso su un articolo on line delle due autrici, in cui si affrontata il sistema dei Drg, dei rimborsi sanitari. L'articolo si concludeva con il sospetto che Brega Massone fosse una specie di capro espiatorio di un sistema che invece non era mai stato messo sotto accusa. Decisi quindi di contattarle, ma sono state loro a svolgere il lavoro, in maniera del tutto autonoma». Il libro restituisce l'idea che la sentenza del processo a Brega Massone sia stata scritta di fatto dall'opinione pubblica, che quella sentenza, e non un'altra, si aspettava. Ma il verdetto non l'hanno deciso i giudici, attraverso l'esame degli atti? «Per avere un'idea degli errori e delle lacune che hanno attraversato questo processo rimando alla lettura del libro. Basti però pensare che l'accusa è stata affidata alla perizia di un medico di base e non è mai stata fatta una perizia super partes, che era quello che noi chiedevamo e chiediamo ancora. Ci sono state troppe omissioni. Il punto è che dopo avere sbattuto il mostro in prima pagina non si poteva più tornare indietro. L'opinione pubblica doveva vedere quel mostro condannato». C'è stato qualcuno, colleghi o amici, che si è schierato invece in difesa di suo marito? «Molti colleghi lo hanno difeso sin dall'inizio, poi però sono stati spaventati dal clima che si stava creando. Consideri però che molti luminari hanno deciso di difenderlo fino in fondo: ai nostri consulenti che hanno anche parlato al processo si è aggiunto di recente il professor Martelli, che è chirurgo toracico a Roma. Ma ho avuto anche tanti messaggi di solidarietà da parte di persone che nemmeno conoscevo». Nel libro si dice, però, che dopo l'arresto di suo marito la cassetta della posta di Pavia era piena di messaggi anonimi con insulti. «Qualche messaggio è arrivato, ma la città di Pavia in realtà non ha manifestato mai un accanimento particolare. Anche gli amici non si sono allontanati». Lei non ha mai smesso di sostenere suo marito. Come ha vissuto questa storia, da donna e moglie? «Brega Massone è mio marito, ma sono anche intimamente convinta che lui non ha fatto niente. Lo conosco da sempre, ho seguito la sua carriera e so che non ha mai fatto del male ai suoi pazienti. Nel limite delle mie possibilità, mi impegnerò fino alla fine per aiutarlo». E sua figlia? «Il mio pensiero è sempre stato quello di tutelarla, ma reagisce abbastanza bene, nonostante il papà abbia già passato in carcere tre anni e non può esserci mai nei momenti importanti. I giudici ci hanno perfino negato il permesso di farlo partecipare alla sua comunione. Lei si dà da fare: scrive lettere, gli manda le foto in carcere, per renderlo partecipe della sua crescita». Domani parte il processo di appello. Pensa che questo libro servirà a far cambiare idea su suo marito? «Non mi faccio illusioni, ma mi auguro che possa servire ai giudici a fare il loro lavoro al meglio. E li faccia sentire meno soli nel caso in cui dovessero decidere diversamente dalla sentenza di primo grado». ©RIPRODUZIONE RISERVATA