Da Verri a Maretti eroi pavesi delle guerre di Libia

BR bPAVIA. /bTripoli, Bengasi, Marsa Matruh, Marsa El Brega. Nomi di città, porti, oasi di Libia entrati in ogni casa attraverso le tv e le pagine dei giornali che raccontano della guerra civile fra il regime di Gheddafi e i ribelli. Ma questi nomi, in realtà, sono diventati familiari agli italiani in almeno altre due occasioni negli ultimi cent'anni. Accadde nel 1911, quando per volere di Giolitti andammo alla conquista della «Quarta sponda» del Mediterraneo, da strappare al morente impero turco ottomano. E poi dal 1940 al '43, quando fronteggiammo fra alterne fortune, fino al disastro finale, le armate britanniche. Entrambe le volte, le cronache degli avvenimenti bellici hanno consegnato alla storia le figure di due eroi pavesi.BR Pietro Verri, classe 1868, capitano di Stato Maggiore dell'esercito, fu il primo ad entrare nella capitale Tripoli, il 5 ottobre 1911, alla testa dei «Garibaldini del mare», una sorta di corpo dei marines o, per dirla più patriotticamente, di battaglione San Marco ante litteram. Le operazioni contro i turchi erano iniziate da soli due giorni. Verri conosceva molto bene la città e le sue installazioni militari. Vi si era introdotto, prima dello scoppio delle ostilità fra Roma e Istanbul, con il falso nome di Vincenzo Parisio, spacciandosi per ispettore portuale. Del suo lavoro di intelligence si era valsa la nostra Marina da guerra per dirigere il tiro contro le postazioni nemiche. Concluso il bombardamento navale, erano entrate in azione le truppe da sbarco e Tripoli era caduta praticamente senza colpo ferire. Facile come bere un bicchier d'acqua. Forse troppo facile, tanto che le autorità italiane si convinsero che la conquista della Libia era già cosa fatta. Illusione a cui, secondo lo storico Angelo Del Boca, contribui lo stesso Verri, che avrebbe fornito informazioni incomplete e lacunose sull'entità delle forze turche ancora ammassate nel sud della Tripolitania. Il brusco risveglio il 23 ottobre, con il massiccio contrattacco su Tripoli, che fu respinto solo a fatica e con gravi perdite. Il capitano pavese, in ogni caso, si riscattò, trovando una morte gloriosa nella battaglia di Henni (28 ottobre).BR Trent'anni più tardi, nel 1941, la Libia è nuovamente scossa dalla guerra. Nel deserto, stavolta, si affrontano centinaia di carri armati e di blindati. Una campagna nella quale brillano le imprese della divisione Ariete, la migliore delle nostre formazioni corazzate (pur se dotata di mezzi, i carri della serie M, meno potenti e meno protetti dei Mathilda e degli Sherman usati dagli inglesi). Alla guida del 132º reggimento corazzato, reparto di punta dell'Ariete, c'è un uomo magro, dall'espressione bonaria ma dalla tempra d'acciaio. E' il varzese Enrico Maretti. Ha i gradi di colonnello, l'abilità con cui condurrà il suo reggimento attraverso quattro cicli operativi, partecipando alle battagliepiù aspre della campagna d'Africa, da Bir Hacheim fino all'inferno di El Alamein, gli varrà la decorazione dell'Ordine militare d'Italia e della Croce di ferro tedesca, oltre alla stima e all'amicizia del feldmaresciallo Erwin Rommel, leggendario comandante dell'Afrika Korps. Maretti è una delle figure centrali del diario di guerra del vogherese Franco Bianchi, giovane tenente che fu ai suoi ordini nel 132º fino alla cattura da parte dei gaullisti francesi. Nel deserto (Ceo edizioni) è un libro che racconta dal vivo, dalla diretta esperienza sul campo, di quella guerra lontana e sbagliata, in cui il coraggio dei singoli non fu sufficiente a compensare l'enorme inadeguatezza delle armi e delle risorse.BR BR LA CARRIERABR Il feeling con RommelBR BR bCroce di ferro. /bIl colonnello Maretti aveva il petto gonfio di medaglie. Fu decorato con la Croce di ferro tedesca, una delle più alte onorificenze della Werhmacht e insignito dell'Ordine militare d'Italia per la tempra con cui comandò il 132º reggimento corazzato della divisione Ariete.BR bStimato da Rommel. /bLa Volpe del deserto - nomignolo affibbiatogli dagli inglesi per l'astuzia - non teneva in grande considerazione le doti belliche degli alleati italiani. Rommel detestava soprattutto gli alti ufficiali, li accusava di preferire le retrovie alla prima linea e fece un'eccezione per pochi coraggiosi. Fra questi, Maretti. Una foto d'epoca li ritrae sorridenti, in una pausa dei combattimenti.BR P align=rightfont size=1© RIPRODUZIONE RISERVATA/font/P

Roberto Lodigiani