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IL “NEMICO” TREMONTI E LE BOMBE INTELLIGENTI


Ieri socialista, oggi sobillatore. Insomma un pericoloso rivoluzionario. Inaffidabile per di più. E’ l’identikit - secondo i molti nemici - di Giulio Tremonti, il Che Guevara della manovra fiscale, il lìder maximo dei cordoni della borsa che più stretti non si può. Il liberista che quando cita Marx manda in fibrillazione gli ultimi marxisti che ancora hanno il coraggio di definirsi tali.
 Berlusconi lo teme, i berlusconiani lo detestano. La Lega di Bossi e Maroni - sempre più stretta in questo governo che non governa - lo percepisce come possibile alternativa a un Cavaliere stanco e declinante. Il capo di una destra che si occupi finalmente di economia pubblica anziché di giustizia privata. Tremonti è l’unica personalità in grado di dire no al premier, anche nel corso di una seduta del consiglio dei ministri. E lo ha fatto troppe volte. Qualche sera fa a “Ballarò” Maria Stella Gelmini viene presa in contropiede da Enrico Letta del Pd che gli annuncia, mostrandole un documento del ministero, nuovi tagli nella scuola per il prossimo triennio. “Il ministro Tremonti me lo avrebbe detto” ripete per tre volte la Gelmini, più per convincere se stessa che per contrastare il rivale politico: no, non è vero, Giulio non può avergli fatto questo sgarbo senza neppure informarla. Perché quando si tratta di comprimere la spesa l’uomo dei conti non guarda in faccia a nessuno. Ci aspetta infatti da qui al 2014 una manovra gravosa, forse la più dolorosa degli ultimi venti anni, per raggiungere quasi il pareggio di bilancio: uno 0,2 per cento di deficit, come si aspetta l’Unione europea.
 «Si stava meglio quando non c’era lui?» è la domanda retorica che il settimanale berlusconiano “Panorama” sbatte in prima pagina questa settimana. C’è andato giù pesante “il Giornale” di casa Berlusconi: “Giulio perde la testa” ha titolato giovedì accusando il ministro dell’Economia di aizzare (sì, proprio questo verbo è stato usato) la Lega contro il presidente del Consiglio. Giornata di quasi crisi di governo. Berlusconi ha dovuto riconfermare per iscritto la fiducia al titolare dell’Economia. Poi è salito al Quirinale. E Bossi giura che non intende far saltare l’esecutivo. Quanto durerà? Tra due settimane si vota a Milano; il centrodestra per la prima volta dopo vent’anni ha perso la sicurezza di vincere facile. Se davvero la Moratti dovesse mancare la riconferma, si aprirebbero nuovi scenari non solo nella capitale morale d’Italia. E poi ci sono elezioni a Torino, a Trieste, a Salerno, a Mantova e a Pavia per le rispettive province.
 La base leghista è in forte sofferenza, come dargli torto. Il federalismo, sogno inseguito da sempre, si sta rivelando come un processo macchinoso e burocratico, con nuove imposte locali in agguato. Sull’immigrazione Maroni - ministro bravo a far catturare mafiosi e camorristi latitanti - ha dovuto sorbirsi la lezione dalla Francia. Ma è la guerra in Libia che alimenta i dubbi e le paure del popolo padano. L’esito finale è incerto mentre la quotidiana fuga dei profughi è inevitabile.
 Così almeno per ora i missili sganciati dai nostri Tornado rischiano di provocare uno strano effetto collaterale: prima ancora di abbattere Gheddafi stanno sgretolando il già traballante governo italiano. Quasi quasi finiremo per credere che siano davvero bombe intelligenti.
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- Luigi Vicinanza