Caccia ai fascisti dopo il 25 aprile


PAVIA. Il sangue dei vinti scorse anche in provincia di Pavia. In quale misura?L'altra guerra di Giulio Guderzo, l'opera storica locale più dettagliata e minuziosa sulla guerra civile, azzarda delle cifre sul numero di morti provocati dalla caccia ai fascisti dopo la Liberazione.
Quanto sia ancora aperta la ferita per quei morti, lo dimostrano le polemiche seguite all'apposizione a Voghera di una targa in ricordo dei sei prigionieri fucilati, senza processo, da un commando partigiano in piazza Castello la sera del 13 maggio 1945. Lo guidava Ferruccio Fellegara (Bill), ex marò della San Marco (una delle 4 divisioni dell'esercito di Salò), passato nel settembre del '44 con la Resistenza e diventato capo della polizia garibaldina. Le vittime sono «Arnaldo Romanzi, il vogherese Pierino Andreoni, della Gnr, 48enne, manovale - scrive Guderzo - l'impiegato Giuseppe Piccinini, 38enne, di Bressana, della Sichereit (ma la figlia nega questa appartenenza e sostiene che il padre era un innocuo dipendente della Pirelli), il 21enne Sergio Cesare Migliavacca, studente, nato a Nicastro, residente a Pavia, il 17enne Luigi Albini, nato a Borgo Priolo, vogherese, 'scolaro", e il 16enne Quarto Vanutelli, nato a Carmagnola, residente a Godiasco» (nella targa figura il nome di Sergio Montesanto e non quello di Migliavacca). I sei, secondo lo storico locale Fabrizio Bernini (Nel sangue fino alle ginocchia, Cdl Edizioni, libro dal quale sono state tratte alcune delle foto di questa pagina), facevano parte della colonna della brigata nera Alfieri bloccata al traghetto sul Po a Cervesina. Fellegara e i suoi li prelevano dal castello, e «dopo un sommario interrogatorio» nella caserma dei carabinieri, procedono all'esecuzione. Priva, palesemente, di qualsiasi parvenza di legalità. A Voghera, lo stesso giorno, viene fucilato all'Ospedale militare l'agricoltore 44enne Giovanni Palta; quindi, il 16 maggio, tocca a due varzesi, il 59enne Giuseppe Botti, esercente, e il meccanico Attilio Pochintesta, 21enne; il 15, per mano di ignoti, viene giustiziato, in corso Genova, l'ingegner Severino Maranzana, classe 1895, nato a Silvano Pietra. I morti salgono a 16, se si considerano anche Antonio Bruschi, comandante della Gnr (la milizia di Salò), ex maniscalco, fucilato il 13 novembre del '45 nei pressi del cimitero, e i 5 componenti della Sichereits processati dalla Corte d'Assise straordinaria e condannati alla pena capitale: sono Arturo Baccanini, 29enne di Romagnese, il 21enne Benito Bertoluzzi, nato a Oderzo, residente a Monselice, l'insegnante 26enne Lino Michelini, nato a Borgo Priolo, Pier Alberto Pastorelli, anche lui insegnante, di 31 anni, nato a Livelli e residente a Varzi, infine il geometra 39enne Giuseppe Setti, nato a Barbianello, residente a Broni, fucilato il 3 maggio del '46.
Vietati a Voghera, lavorano invece a Pavia, Broni, Stradella e Casteggio i tribunali del popolo, creati subito dopo la Liberazione per processare immediatamente i fascisti ritenuti colpevoli dei crimini peggiori, ma che risentirono pesantemente del clima forcaiolo di quei giorni (a fare le spese della giustizia sommaria furono anche dei minorenni). Nel capoluogo, si riunisce già la notte del 30 aprile del '45 e condanna a morte, «mediante fucilazione alla schiena», Arturo Bianchi, il vicefederale Fausto Pivari, il segretario del Pnf Angelo Musselli, il colonnello delle brigate nere Gigi Dainotti, Giuseppe Baldi e Giovanni Saporiti: la sentenza è eseguita all'alba del 1º maggio, mentre il 28 agosto vengono fucilati Marcello Zuffi, il 20enne vogherese Auro Caiani e il 19enne bergamasco Eugenio Gandolfi. A Stradella, dei trenta processati, 14 sono passati per le armi, il più anziano ha 23 anni, il più giovane appena 15 (si tratta di Giovanni Miniggio, nato a Biella, residente a Voghera; sono 16enni Pietro Roveda, di Campospinoso, il pescarese Angelo Stoppa e il genovese Biagio De Cesare). A Broni, i fucilati sono cinque, «gregari» della Sichereits: il 19enne varzese Pietro Botti, manovale; il 28enne Aldo Dolcini, pesarese, cameriere; l'impiegato Angelo Grandi, 37enne di Bressana; il 24enne Sergio Marchini, ex graduato della San Marco; l'operaio 30enne Bruno Merlini, di Campospinoso. Gli sparano nella pubblica via, alle 7 e mezza di sera. A Casteggio, liberata dalla brigata Gramsci (la comanda il conte Luchino Dal Verme), il tribunale popolare condanna a morte dieci dei venti imputati, fra i quali il 18enne vogherese Carlo Monzelli, apprendista meccanico, il 20enne casteggiano Pietro Nani, manovale, il 18enne Aldo Riva, pure manovale, il 22enne Osvaldo Villani, di Lomello, il 24enne Luigi Cucchi, di Corvino. Oltre a loro, vengono fucilati, la sera del 26 aprile '45, il tenente Georg Neumann, comandante del presidio tedesco, un suo graduato e l'avvocato Luigi Valsecchi. Tanti, pochi? Un altro dato va citato. E' tratto dal libro di Ugo Scagni, La Resistenza e i suoi caduti tra il Lesima e il Po (Guardamagna), secondo cui le vittime di esecuzioni sommarie da parte dei nazifascisti durante la guerra civile, nel solo Oltrepo, furono più di 160, per lo più per mano della Sichereits.

Roberto Lodigiani