L'astuzia di Camilla Rodolfi vinse Colleoni

VIGEVANO.Camilla Rodolfi, professione eroina. In un'epoca in cui la donna era considerata meno di niente, lei riusci, con l'astuzia, a resistere alla forza di un intero esercito. Correva l'anno 1449, da pochi mesi Vigevano era caduta nelle mani di Francesco Sforza e già si ribellava al presidio proclamandosi libero comune e alleandosi con Milano.
La cosa non piacque al conte che si vedeva come preso in giro da un gruppo di campagnoli, cosi nel maggio di quello stesso anno schierò le truppe per la riconquista della città. Il finale è scontato e il 6 giugno Vigevano deve inchinarsi definitivamente a Francesco, che nel frattempo fa sua Milano e viene proclamato nuovo Duca. Ma la storia porta con sé interessanti risvolti, documentati da fonti autorevoli (come quelle di Alessandro Colombo, Vittorio Ramella e Giorgio Luraschi). Si legge tra le righe di una certa Camilla Rodolfi, una popolana che, se non riusci a debellare l'attacco degli Sforza, quantomeno aiutò i suoi concittadini a resistere per un mese all'assedio, e di conseguenza a una onorevole resa che risparmiò la città dal saccheggio delle truppe mercenarie. «Tutto ha inizio col capitano Bartolomeo Colleoni - spiega lo storico e studioso vigevanese Genesio Manera -, chiamato con le sue truppe dal novarese per assediare la nostra città. Costui passò il Ticinum a Parasacco, su un ponte di barche, e si portò sotto le mura di Viglevanum. Cinse d'assedio il borgo e dispose il suo esercito in assetto di attacco al castello. I capi vigevanesi eletti a difesa del borgo e della fortezza avevano nome Jacopo da Rieti, Arrigo del Carretto, detto Uomod'arme, e Ruggiero del Gallo: tutti uomini esperti d'armi e di arte della guerra, valorosi e astuti». Diffidando della clemenza dello Sforza, e decisi a battersi, essi radunarono gli altri capitani e i soldati nel cortile della vecchia fortezza per stabilire un piano d'attesa (nella speranza di un aiuto esterno del popolo milanese loro alleato). Per prima cosa bisognava cercare di arginare i danni causati dalle pietrere. Si, ma come? Silenzio di tomba, finchè dal fondo si senti una voce femminile: «Con la lana!». Il consiglio veniva da Camilla Rodolfi, 'una donna eroica, pronta a dare il suo sangue per difendere la libertà del borgo", si legge dalle fonti. «Vigevano - continua Manera - era uno dei comuni più ricchi di lana del contado e il popolo sapeva lavorarla molto bene e molto velocemente. Gli uomini presero allora grossi sacchi e teli di canapa e imbottirono di lana le mura più esposte e le torri e le porte con materassi, in modo che le pietre potessero battere contro questi senza fare troppi danni alle mura». I vigevanesi si misero al lavoro e nell'arco di una mattinata avevano rivestito la merlatura del castello e persino le due torri più basse. La cosa lasciò lo Sforza dapprima perplesso, poi sul suo viso si dipinse autentica rabbia, nel vedere le sue pietre rimbalzare sui sacchi imbottiti senza minimamente danneggiare le mura. «Forse si potrebbero concentrare i lanci sulla torre alta, che è nuda e si trova vicino al fossato» propose il Colleoni, e cosi gli sforzi delle truppe si concentrarono su quell'unica torre di avvistamento, con l'intento di farla cadere in avanti a riempire il fossato, creando cosi un ponte di passaggio e un varco nelle mura. Come previsto la torre cadde, ma gli Sforza cantarono vittoria prima del tempo. «Per sette volte - precisa il Barni - l'esercito del conte, sotto gli incitamenti e le strategie del Colleoni, tentò di conquistare l'agguerrita fortezza e per sette volte fu respinto. La notte diede un po' di respiro sia agli assaliti che agli assalitori e pure ai feriti. Ormai Arrigo del Carretto e i capitani vigevanesi avevano perso la speranza di ricevere soccorsi dalla Aurea Repubblica, mentre proprio quel giorno truppe fresche erano giunte dal Monferrato a ingrossare l'esercito del conte». E a questo punto succede l'impensabile: le donne di Vigevano, capeggiate da Camilla, vista la situazione decisero che il loro aiuto non poteva limitarsi al curare i feriti e al preparare le armi per gli uomini. Perciò, tolte gonne e sottane indossarono braghe e casacche e, arringate da Camilla, si schierarono in prima linea. «Né i pochi difensori rimasti - scrive Manera - né tantomeno gli assalitori si aspettavano un simile gesto eroico, e fu cosi che la furia di quelle donne non solo respinse l'ottavo tentativo di conquista, ma sbiadi pure la fama delle furie di Omero». I soldati, vedendo tanto coraggio e sentendo urlare quelle donne come belve selvatiche, si spaventarono e se la diedero a gambe. Per contro i vigevanesi, rinvigoriti, cominciarono con le forze rimaste a scagliare frecce, sassi e bastoni e costrinsero Colleoni alla ritirata. «Pur avendo respinto anche l'ottavo assalto - scrive Colombo - Arrigo, Jacopo e Ruggiero si convinsero e convinsero le loro furie femminili che resistere oltre sarebbe stato impossibile e che era giunto il momento di chiedere la resa. Il 3 giugno 1449 fu firmata la convenzione tra Abramo Ardizzi e i generali del conte, a cui segui la resa del castello di Viglevanum».
Chiara Argenteri