Di nuovo a Pavia dopo la Quarta Guerra Mondiale

PAVIA. Le nostre terre hanno ispirato tante pagine di letteratura. Abbiamo chiesto a un gruppo di scrittori pavesi di volersi cimentare sullo stesso tema. L'ha fatto anche Alice Gioia, direttore del mensile universitario «Inchiostro» nonchè autrice di un blog su Nòva 100. Il murales al quale fa riferimento il suo racconto è ad opera del Gruppo H5N1.

di Alice Gioia
Lo colpi un riflesso.
Un gomito riflesso in un occhio azzurocielo, increspato di verde.
Una mano attaccata al gomito.
Il viso nascosto dal grandangolo di una macchina fotografica.
Dietro al gomito, il profilo sottile di un cavalletto. In cima, una luce bianca.
Uno studio fotografico riflesso in un occhio fotografato.
La mano invisibile, che non si dovrebbe vedere. E che invece c'è, impigliata in un battito di ciglia.

E tu, ci sei rimasto nei miei occhi?

Gliel'aveva chiesto un giorno di maggio, almeno dieci anni prima. Strano che gli fosse venuto in mente proprio allora.
Mancavano pochi giorni alla fine della scuola, e lui la stava accompagnando alla fermata dell'autobus. Camminavano vicini, quasi sfiorandosi - quasi: l'accordo non scritto fra di loro impediva qualsiasi effusione in pubblico -, sotto il porticato verde di platani fuori dal liceo. I pochissimi raggi di sole che riuscivano a filtrare disegnavano bagliori sull'asfalto. E i suoi occhi, gli occhi in cui avrebbe dovuto rimanere impigliato, erano più verdi del solito.

Il ragazzo con i capelli rossi lasciò scivolare le pagine lucide le une sulle altre. Dell'occhio azzurrocielo e del suo fotografo non rimase che un ricordo, sepolto sotto pagine di pubblicità e inutili articoletti estivi.
Da quando era finita la Quarta Guerra Mondiale, erano ricominciate a circolare le riviste glam: la gente voleva sentir parlare di calciatori e veline, come nei bei tempi di pace, e che la piantassero con i bollettini e gli elenchi dei morti. Il ragazzo con i capelli rossi buttò distrattamente la rivista sul sedile davanti a lui, dove l'aveva trovata, e guardò fuori dal finestrino.

Il vetro sporco gli restitui l'ombra del suo profilo, mentre gli ultimi raggi del sole lanciavano bagliori rossastri sul rive del Ticino. Un paesaggio che conosceva quasi a memoria, ma che aveva imparato a dimenticare.
Non smettere mai di stupirti, anche davanti alle cose più banali. Altrimenti muori, anche se hai vent'anni.

Quando, esattamente, aveva cominciato a smettere? Anche se probabilmente non ci avrebbe creduto nemmeno lui stesso, era stato prima delle due Guerre. Prima dell'esercito e della guerriglia.
Sul campo ci era arrivato già anestetizzato. Come se ci fosse abituato.
Forse era stato durante i primi pestaggi in Piazza della Vittoria. Quando aveva capito che resistere era inutile. La guancia premuta contro i ciottoli antichi, le mani sopra la testa. I suoi occhi sgranati riflessi nella punta lucida di uno scarpone nero, e dietro allo scarpone lei, e il suo sguardo verde, pieno di luce, e i capelli sporchi di sangue e le dita aggrappate al selciato. Era possibile che, nonostante tutto, stesse sorridendo?

Ci incontreremo, quando lo vorremo, nell'unica festa che non potrà mai finire.

Non tornava a Pavia da troppo tempo. Si era ripromesso di passarci, mentre rientrava da Genova.
Ma glielo avevano sconsigliato, visto che dopo il bombardamento la maggior parte della città era stata rasa al suolo.

Mentre il treno rallentava, sobbalzando, prima di entrare in stazione, cercò di focalizzare gli ultimi ricordi della città.
C'erano nugoli di rondini che danzavano attorno alle Tre Torri, la sera, in Piazza Leonardo da Vinci, quando il sole colpiva di sbieco i mattoni rossi e li faceva splendere nel cielo azzurrissimo; si ricordava Piazzetta delle Rose, gli angoli squadrati delle aiuole e la fresca copertura degli alberi; e poi le rive del fiume, lungo le quali andava a correre al mattino, quando l'acqua scintillava amichevole.

La cappa di caldo lo lasciò senza respiro, non appena mise piede sul binario. Il ragazzo con i capelli rossi trascinò i piedi giù per i gradini, mentre una voce metallica annunciava che il suo treno stava per ripartire. I passi rimbombarono nel sottopassaggio deserto.
Lontano, il ticchettio preciso di un passo di donna. Il ragazzo si fermò. Ci aveva vissuto, in quel sottopassaggio, negli ultimi giorni in cui era rimasto in città.
Camminò piano lungo le pareti scrostate, senza neanche cercare di evitare la grossa pozza d'acqua che ricopriva metà del pavimento. Con le dita sfiorò un nome inciso nel muro, poi una frase attirò la sua attenzione. Caratteri neri, semisommersi dalle volute colorate di un murales.

Pensi che evapori
l'impronta del tuo sguardo
su questo foglio?

Il ticchettio dei passi divenne sempre più forte. Un'ombra avvolta in un vestito azzurro apparve in fondo al tunnel. Rallentò quando lo vide, fino a fermarsi a pochi passi da lui. Il ragazzo con i capelli rossi abbassò lo sguardo, cercando l'ombra riflessa nell'acqua scura della pozzanghera.
Poi respirò a fondo, mentre finiva di leggere la frase sul muro.

Nella nebbia c'è ancora
la forma del tuo corpo

Capi di non essersene mai andato.