ARCHIVIO la Provincia Pavese dal 2003

E l’Oltrepo racconta i suoi segreti

 VOGHERA. Chi sono Andrea Cardinali e il partigiano Drago, la Marietta e l’Agostino, Giordano Vigliotti e Jacopo de Marinis? Per scoprirlo, basta leggere I Segreti dell’Oltrepo 2 (Grednet Voghera, pp. 200, 14 euro), il nuovo libro dei giornalisti de La Provincia pavese, Fabrizio Guerrini e Roberto Lodigiani. Un libro articolato in nove racconti, che rielaborano in chiave romanzata e con un pizzico di noir altrettanti episodi realmente accaduti. C’è, insomma un fondo di verità storica in ciascuno di essi e c’è, soprattutto, una terra, l’Oltrepo Pavese, con i suoi misteri e i suoi personaggi, le sue tradizioni. Una terra spesso crocevia della Grande Storia, dei suoi drammi e delle sue guerre, una terra solcata da grandi uomini del passato, da Annibale Barca a Napoleone Bonaparte, dall’imperatore Federico Barbarossa ai re di casa Savoia. Con i «Segreti 2», Guerrini e Lodigiani hanno voluto fare un altro omaggio ai luoghi in cui sono nati e in cui tuttora vivono, senza dimenticare il dovere della solidarietà: parte del ricavato della vendita dell’opera, infatti, verrà devoluta a favore dell’associazione «Toyai», da anni impegnata in un’azione di sostegno umanitario alle popolazioni dell’Uganda.
Ecco l’inizio del racconto “La vendetta del drago”.


di Roberto Lodigiani
 Biagio era agitato. Aveva fiutato qualcosa nell’aria, con quell’istinto straordinario che non finisce mai di stupire noi umani. Si inerpicava veloce sulla salita al vecchio castello diroccato, un luogo sperduto e quasi inaccessibile sulla sommità di un monte, e il padrone, un anziano signore sui settant’anni, faticava a tenergli dietro. Infatti Biagio sparì alla sua vista non appena girato l’angolo del torrione. L’anziano lo lasciò fare, nelle loro passeggiate quotidiane lo liberava sempre dal guinzaglio, se non ravvisava pericoli, e gli lasciava sfogare la sua straordinaria vitalità. Era un bel setter da caccia, con il pelo maculato, ma in tutta la sua vita non aveva acchiappato neppure una pernice. Il suo padrone lo aveva trovato legato al tronco di un albero in un bosco, un giorno che andava per funghi. Biagio avrà avuto sei mesi, il delinquente che lo aveva piantato lì, come un ferrovecchio, forse si era stufato di lui o forse doveva partire per le vacanze e il “giocattolo” comprato per i bambini era diventato troppo ingombrante. Dopo la torre, quanto ne restava dopo secoli e secoli di incuria e totale abbandono, si apriva un intrico di arbusti in quella che un tempo era stata la corte del castello. La natura si era fatta strada occupando ciò che l’uomo aveva abbandonato. Al vecchio ci volle un po’ di tempo per capire dove si era infilato Biagio. Lo trovò che raspava come un forsennato, aveva già scavato parecchio sottoterra, quando il padrone s’avvicinò e notò con orrore che dalla buca spuntava una mano. La mano di un uomo. Tre poliziotti in divisa estiva, con la camiciola azzurrina a maniche corte, tenevano a bada il cronista del quotidiano locale, il fotografo del giornale e quei pochi curiosi, qualche turista e un paio di anziani del posto, che si erano spinti fino all’erta che portava al castello, seguendo l’ululare delle sirene. Il commissario Loriero aveva dato ordini tassativi: «Non fate passare nessuno, non voglio ficcanaso in giro e poi fra poco potrebbe arrivare il questore». Andrea Cardinali, il cronista di nera della “Provincia”, avrebbe pagato qualsiasi cifra per essere sul “luogo del delitto” in quel preciso istante: a volte si chiedeva fino a che punto sarebbe arrivato pur di bruciare tutti su una notizia e si immaginava, senza minimamente arrossire, persino a frugare nei cassetti dei colleghi pur di mettere le mani su una “bomba” da prima pagina. Lui e Francesco, il fotografo, ci avevano provato a eludere la sorveglianza dei poliziotti, inerpicandosi per una fitta boscaglia dalla quale si raggiungeva la sommità del colle dominata dai ruderi della rocca e da dove sarebbe stato forse possibile carpire qualche dettaglio interessante senza farsi scoprire. Ma Francesco, poco allenato, era miseramente scivolato a pochi passi dalla cima, facendo un baccano d’inferno. Così l’ispettore Belforte li aveva subito beccati e si erano pure dovuti sorbire un cazziatone coi fiocchi. «Dai Armando, facci passare - aveva supplicato Cardinali - Ce ne stiamo buoni buoni in un angolo, senza disturbare nè fare domande. Al massimo un paio di foto...». «Sì, figuriamoci. Volete anche caffè e pasticcini? - Belforte aveva accompagnato la battuta con un riso nervoso - Ringrazia il cielo che vi conosco da un pezzo, tu e quel bel personaggio che ti trascini dietro, altrimenti vi avrei fatto portare al commissariato e torchiare per un paio d’ore. Ci sarebbero persino gli estremi per farvi una bella denuncia. Io invece sono bravo, gli amici non li dimentico. Quindi adesso ve ne andate da qui, ve ne state al vostro posto calmi e tranquilli, e fra un po’ il commissario o il questore qualcosa vi diranno. Dai, iatavenne». «Ok Armando facciamo come vuoi tu. Però - aggiunse il cronista non rinunciando a punzecchiare il poliziotto - quando hai bisogno dei titoloni sul giornale, magari per la solita notizia del c..., non ci tratti a pesci in faccia. Guarda che io non dimentico, va bene i buoni rapporti con le forze dell’ordine, va bene le lisciate di pelo alle fonti confidenziali, va bene tutto, ma non devi dimenticarti che anch’io e Francesco stiamo lavorando. E non vorrei che bruciassimo tutto il nostro vantaggio per colpa della tua maledetta pignoleria». Cardinali pensava alla concorrenza. La segnalazione anonima arrivata in redazione («E’ successo qualcosa di grave alla Rocca dei Neri, forse hanno ucciso qualcuno, andate subito a controllare...») aveva dato alla “Provincia” qualche ora di margine sui quotidiani nazionali, più lenti a muovere i propri inviati. Ma presto - Andrea lo sapeva per esperienza - sarebbero arrivati anche loro, i supergiornalisti di Milano, i grandi inviati di nera e le troupe delle tv, il circo mediatico che Cardinali non aveva mai sopportato ma a cui - gli seccava tantissimo ammetterlo - spesso si schiudevano porte che per lui sarebbero rimaste sempre sbarrate o che avrebbe faticato tantissimo a farsi aprire. «Dai Andrea, chiama France e filate a Rocca dei Neri», gli aveva ordinato il caporedattore, dopo aver ricevuto la telefonata anonima. «Calma Franco, e se poi è una bufala? Ci facciamo 50 km per niente. E non ti sembra strano che Giordano non abbia captato niente? Se c’era in ballo qualcosa di grosso, ci avrebbe avvertiti, no? Anzi, magari ci si sarebbe fiondato lui direttamente, come suo solito. Adesso provo a chiamarlo...» Giordano Vigliotti era il collega di nera della redazione centrale del giornale. Aveva buonissime entrature con la questura e il comando provinciale dei carabinieri.
 Ma aveva anche la tendenza a strafare ed era irrimediabilmente distratto. Poteva capitare che si precipitasse in un posto per un importante servizio dimenticando il telefonino in redazione, oppure lasciandolo sull’auto, o che dovesse riferire ai colleghi delle redazioni esterne una confidenza raccolta in questura su qualche delicata operazione e lo facesse con irreparabile ritardo o non lo facesse proprio.
 Ma il tutto, sempre, con straordinario candore (...).