martedì 09.02.2010 ore 12.27

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A San Martino l epopea di Malabrocca il campione che inventò la maglia nera

 SAN MARTINO. Lui correva per perdere. Gli altri, i Coppi e i Bartali, pedalavano per conquistare la vittoria. Luigi Malabrocca da Garlasco invece puntava tenacemente all’ultimo posto. Fu così che passò alla storia. Dal nulla creò la maglia nera inventandosi il primato di arrivare ultimo al Giro d’Italia.  Un titolo che Malabrocca, per nulla brocco con la bici, si conquistava ad ogni tappa con sudore e coraggio. Tanta fatica ben ripagata. A casa portava più soldi lui dei suoi compagni di squadra che si piazzavano meglio in graduatoria. E poi quell’eroe al contrario era amato dalla gente. Gli italiani tifavano per i campioni, ma in Malabrocca si identificavano. Una leggenda la sua, simbolo di un’Italia che nel dopoguerra si rimboccava le maniche e riprendeva a pedalare. E come nel Belpaese, non mancarono gli ostacoli. Malabrocca ebbe vittorie, ma anche accaniti sfidanti e cadute in disgrazia.  Matteo Caccia ha ricostruito, tra articoli di giornale e radiocronache, la storia di questa leggenda del ciclismo e domani la porterà in scena al teatro Mastroianni di San Martino aprendo con il suo monologo la stagione di «Teatro e Territorio».  Caccia, un premio Ubu in tasca per il suo lavoro nella compagnia di Antonio Latella, è rimasto folgorato dalla figura dell’ex campione. E’ andato più volte a trovare Malabrocca alla Barbesina, la cascina dove viveva in Lomellina. Il Luisin, come lo chiamavano in paese, è morto un anno fa, ma ha fatto in tempo ad ascoltare metà del testo de «La maglia nera».  Come reagì Malabrocca all’idea di uno spettacolo dedicato al suo mito?  «Ero più spaventato io di lui, in fondo per età potevo essere suo nipote. Ad ogni risposta che mi dava, mi venivano altre dieci domande. Dopo otto mesi di incontri gli ho letto parte del testo. Mi sentivo pieno di arroganza: chi ero io per leggere la sua storia? Alla fine lui però era commosso. Ha capito che il mio lavoro era un omaggio alla sua figura».  Un tributo anche a un ciclismo che ormai non c’è più.  «Sì, gli chiesi anche che differenza ci fosse tra il Giro di allora e quello di oggi e lui mi rispose secco: «Le strade». Parlava poco, ma aveva un grande cuore. Era un uomo di un’altra epoca, gli faceva piacere che qualcuno raccontasse quel mondo in cui aveva vissuto. Non era un eroe, ma uno che cercava di fare la sua storia».  Nel suo spettacolo la pedalata di Malabrocca ha lo stesso ritmo dell’Italia degli anni Cinquanta.  «Questa è una storia italiana, la vicenda di un uomo normale che fu un ottimo corridore (vinse anche dei titoli di ciclocross) che ha avuto un grande intuito e un coraggio ancora più grande. Perchè chi corre lo fa per vincere, trae forza dalla voglia di tagliare il traguardo. Malabrocca era un campione, ma preferì diventare un genio del marketing ante litteram».  Il suo «La maglia nera» parte da una fotografia. Quella foto esiste davvero?  «C’è solo nella mia testa. E’ l’immagine che racconta tutta la storia. E’ la partenza di un Giro d’Italia in una Milano devastata dalla guerra. Malabrocca si intravede appena con la sua bici in fondo al gruppo dei ciclisti».  Da attore cosa prova a raccontare questa storia più volte in scena?  «A me capita di rivivere sempre di più i momenti in cui ero seduto al tavolo di casa sua. Ormai è quella la sensazione che ricerco nello spettacolo, ritrovarmi a Garlasco con lui sperando di portare anche il pubblico con me». LA MAGLIA NERA. Gesta e ingegno di Luigi Malabrocca. Di e con Matteo Caccia. Regia di Rosario Tedesco. Domani sera alle 21 al Teatro Mastroianni di San Martino Siccomario. Biglietti: 10 euro (posto numerato) in vendita al teatro anche prima dello spettacolo. - Linda Lucini

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