Berrette rosse: manganello e olio di ricino per seminare il panico nelle campagne pavesi

PAVIA.La squadraccia delle «Berrette rosse» che, nel biennio 1921-1922 seminò il panico nelle campagne pavesi e nelle province vicine, a colpi di manganello e olio di ricino, di rosso aveva solo il colore del berretto, un fez, copricapo coloniale che divenne il simbolo degli squadristi lomellini. Un simbolo odiato e temuto, perchè associato alle imprese più audaci e violente, del ras Cesare Forni e della sua milizia privata. Dopo la rottura fra Forni e il Duce, causata dalla profonda divergenza di vedute sullo sviluppo da imprimere alla rivoluzione fascista, una volta preso il potere (l'agrario lomellino sognava una «seconda ondata» che facesse piazza pulita di prebende e privilegi, Mussolini voleva normalizzare il movimento e riportare lo squadrismo nell'alveo dello Stato liberale, seppure fascistizzato), molte «Berrette» voltarono le spalle al loro capo e rimasero nell'alveo del regime. Nel biennio nero, questi fegatacci furono al fianco di Forni nelle imprese più disperate, dalla devastazione della redazione milanese del quotidiano socialista «Avanti» alla presa di Palazzo Marino. Per tacere dei fattacci «minori»: la distruzione delle leghe e delle cooperative socialiste, i pestaggi degli avversari di classe. «I rossi sono cocciuti e il manganello deve funzionare a ritmo accelerato», recita l'opuscolo celebrativo del fascio di Motta Visconti, fondato il 15 aprile 1921. Giugno 1922. «Cruenti» azioni a Bereguardo e alla Zelata «dove è ucciso in un proditorio agguato il camerata Carlo Mainetti». Alcune riuscite spedizioni punitive mandano gambe all'aria le coop rosse di Gratosoglio e di Moncucco.