Mazzini «pavese» e l'Unità d'Europa


PAVIA. La facoltà di Scienze Politiche, la Provincia e il Centro servizi amministrativi della scuola hanno celebrato ieri il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini (nato a Genova il 22 giugno 1805 e morto a Pisa il 10 marzo 1872), fondatore della Giovane Italia e della Giovane Europa, anticipatore e profeta degli Stati Uniti d'Europa. La ricorrenza mazziniana è stata celebrata con un convegno presieduto dal preside Salvatore Veca.
Relatori sono stati Luigi Lotti, professore emerito di storia contemporanea a Firenze, lo scrittore-giornalista Mino Milani e Arturo Colombo, professore emerito di storia delle dottrine politiche all'Università di Pavia. In sala un folto pubblico di studenti.
Arturo Colombo ha spiegato mirabilmente e con straordinaria passione l'attualità politica di Mazzini. «A Berna nell'aprile del 1834 - ha detto - gli esuli di tutta Europa si riunirono intorno a Mazzini e firmarono il Manifesto della Giovane Europa, un atto di fratellanza che acquista un valore di straordinaria anticipazione nell'Europa odierna alle prese con il difficile processo di unificazione. Il presidente Carlo Azeglio Ciampi ha sintetizzato lo sforzo con una frase: 'Unità europea vuol dire creare il governo europeo". Ebbene, sono parole di Giuseppe Mazzini. Il Grande Genovese prefigurò 171 anni fa la Costituzione Europea, contrapponendo alla santa alleanza dei re la santa alleanza dei popoli. Fu profetico il suo auspicio che la futura Europa unita non fosse guidata da uno Stato bensi dagli Stati Uniti d'Europa. La stessa formula la ritroviamo in Carlo Cattaneo. Ma Mazzini non si fermò qui. Arrivò a lanciare la parola d'ordine dell'Aru, l'Alleanza repubblicana universale, progetto di organizzazione armonica e pacifica del mondo, contro l'egoismo degli Stati e le pretese dei gruppi nazionalistici. Oggi ha senso recuperare la profezia di Mazzini nel momento in cui si vede con quanta difficoltà proceda la costruzione europea. Tra pochi giorni la Francia si pronuncerà con il referendum sulla Costituzione Europea varata dalla Conferenza di Roma del giugno 2004».
Altrettanto emotivamente coinvolgente è stata la ricostruzione mazziniana di Mino Milani. Lo storico-giornalista ha preso le mosse da un brano delle 'Lettere di Jacopo Ortis" e poi si è immaginato cronista nella Pavia degli anni quaranta dell'Ottocento, quando le prime idee mazziniane cominciavano a filtrare attraverso le strette maglie della censura del Lombardo-Veneto austriaco. «Era pericoloso - ha detto Milani - leggere Ortis, la storia di Napoleone, le poesie di Berchet perchè facevano pensare e un governo dittatoriale non poteva non essere nemico del pensiero. I libri incendiari di Mazzini penetravano nella Pavia austriaca attraverso il confine di San Martino Siccomario, che era l'ultimo avamposto del Regno di Sardegna. La propaganda mazziniana si diffuse in un battibaleno tra gli studenti, i militari, i nobili, i preti, cioè la popolazione capace di leggere e scrivere. Ma la sorpresa fu che anche il popolo fu conquistato da Mazzini, le cui facili e immaginifiche parole incendiavano i cuori. E cosi l'ardore rivoluzionario contagiò anche gli artigiani, i possidenti, ma anche il popolino. I pavesi poi si convertirono a Garibaldi, che non era un teorico ma con la camicia rossa conquistava le folle lanciando la parola d'ordine 'facciamo l'Italia con tutti quelli che ci stanno". Dell'aura che circondava Mazzini, voglio ricordare alcuni versi che descrivono il rivoluzionario qui e là, su e giù, nessuno sapeva dove fosse, se in Francia, in Spagna o in Inghilterra, ma il suo messaggio raggiungeva tutti i cuori».
Luigi Lotti ha ripercorso il ventennio che va dai falliti moti carbonati del 1830, soffocati nel sangue e nella repressione, alla ventata rivoluzionaria del 1848, suscitata anche dalla propaganda di Mazzini. «Il fallimento della rivoluzione nel Quarantotto - ha detto Lotti - dimostrò che nell'Ottocento non c'era più spazio per le rivoluzioni anche perchè le due questioni che le avevano originate stavano andando a soluzione. La prima era che dappertutto in Europa si affermavano regimi costituzionali. La seconda era che in Germania, Italia e Ungheria le vicende evolvevano inesorabilmente verso l'Unità nazionale che in Italia sarebbe stata raggiunta nel 1861 e poi completata nel 1866 e nel 1870. In questo senso la sconfitta militare di Mazzini con la Repubblica Romana del 1849 è in realtà una vittoria politica e morale».

Sisto Capra