L'appartenenza a Mammona


La comunità cristiana delle origini ha incontrato la tentazione di servire due padroni, Dio e il denaro, rompendo la totalità dell'appartenenza a Dio, che è un tratto caratteristico del povero del Signore. Nella sua variante più rozza questa tentazione consiste nel crearsi un cuore diviso: incapace di donarsi totalmente al Signore, di fidarsi unicamente di lui, l'uomo cerca la propria sicurezza nel possesso, illudendosi di servire Dio perchè gli offre qualcosa delle sue ricchezze. Nella sua variante più sottile invece essa consiste nella illusione di accumulare il denaro non per se stesso, ma per la gloria di Dio. Ingenua illusione: anche se non cercato per se stesso il denaro riesce sempre infatti a trasformarsi in padrone. In ogni caso non è questo lo stile del povero del Signore, che conta, appunto, unicamente sul Signore. Per essere liberi dalla potenza di Satana, amministratore dei beni, del potere e del successo di questo mondo di cui è il Principe, occorre essere poveri. Chi vuol seguire e vuole amare il Signore deve odiare e disprezzare l'altro signore: Mammona. Non c'è possibilità di compromesso, perchè le ricchezze seducono e rendono maledetti. Non basta neanche abbandonare i beni a casa, ai familiari: ciò rappresenterebbe una riserva di speranza, un non tagliare i ponti e un assicurarsi possibili aiuti in caso di ritorno e di abiura della sequela. Gesù è radicale: occorre chiedere ciò che si possiede o spetta di diritto e venderlo, per non portarselo dietro, distribuendo il ricavato ai poveri. Tutte le realtà che costituiscono l'ordine temporale, cioè i beni della vita, della famiglia, la cultura, l'economia, le arti e le professioni, le istituzioni della comunità politica, le relazioni internazionali e cosi via, come pure il loro evolversi e progredire, non soltanto sono mezzi con cui l'uomo può raggiungere il suo fine ultimo, ma hanno un «valore» proprio, riposto in esse da Dio, sia considerate in se stesse, sia considerate come parti di tutto l'ordine temporale: E Dio vide tutte le cose che aveva fatto, ed erano assai buone. Questa loro bontà naturale riceve una speciale dignità dal rapporto che esse hanno con la persona umana a servizio della quale sono state create. Infine piacuqe a Dio unificare in Gesù Cristo tutte le cose, naturali e soprannaturali affinchè egli abbia il primato su tutte le cose. Questa destinazione, tuttavia, non solo non priva l'ordine temporale della sua autonomia, dei suoi propri fini, delle sue proprie leggi, dei suoi propri mezzi, della sua importanza per il bene dell'uomo, ma anzi lo perfeziona nella sua consistenza e nella propria eccellenza e nello stesso tempo lo adegua alla vocazione totale dell'uomo sulla terra (Apostolicam Actuositatem 7). La santità non si identifica con la stupidità; c'è anzi una intraprendenza che il santo ha imparato bene e che giustifica tante sue scelte impegnative. Queste parole esprimono un lamento di Gesù e contengono un suo desiderio: possibile che il Regno di Dio non valga un impegno deciso e radicale? Possibile che l'uomo sappia escogitare le vie più nascoste quando si tratta di far soldi o ottenere successo e che sia invece cosi imbranato, cosi fiacco, quando si tratta di conquistare il Regno di Dio? Tante volte si è poveri di spirito e ricchi di quelle iniziative che edificano e creano speranza e percorsi veri di accoglienza, ma quando senti che la sensibilità cambia e si è ricchi di giustificazioni e poveri di iniziative solidali allora l'ordine dei valori cambia e si consumano innumerevoli riflessioni che non partoriscono che buone intenzioni che lastricano l'inferno. L'italiano «ricchezza» traduce l'aramaico «mamona» che forse deriva dalla radice «aman» che significa «credere, confidare, amare», anche se l'etimologia non è certa, non si può negare un legame con il sentimento di fiducia che il denaro ispira. La rude contrapposizione espressa secondo lo stile semitico esplicita una radicale alternativa esistenziale: si affida la propria vita a Dio o a Ricchezza (qui personificata come una divinità). Ciò è rafforzato da un sottile gioco etimologico: «mammona» infatti può significare nutrimento o provvidenza, ma anche ciò che è stabile e solido, avendo la stessa radice del termine ebraico che in italiano traduciamo con fede(le). In modo impercettibile ma inesorabile la ricchezza tende ad ergersi quale assoluto in concorrenza a Dio. Il credente deve decidersi se mutuare la propria solidità esistenziale dal servizio-appartenenza a Dio o a Mammona. Non è disonesta la ricchezza in sè, ma lo è la ricchezza come idolo, come deformazione interiore del cuore e della mente, che vogliono essere produttori di potenza e quindi di potere economico. C'è un solo modo di liberarsi dalla schiavitù della ricchezza: farsi «amici di chi non ha amici» per mezzo di ciò che si ha, realizzando la profezia che chi dona non si impoverisce e chi riceve impara a farsi dono.

don Franco Tassone