Enzo Espa ci ha svelato tutta la ricchezza della lingua sarda

Nel ricordare Enzo Espa a un anno dalla scomparsa, con le lontane memorie dei momenti vissuti insieme, stranamente mi viene di associare la sua figura a quella amata del mio maestro elementare: il suo inguaribile accento nuorese, il suo carattere ruvido; eppure ci legava un'amicizia che non ha avuto ombre, anche se avvertivo una distanza davvero grande. Frugando tra le mie carte ho ritrovato le novelle nuoresi lette a Bosa da Enzo Espa il 31 maggio 1975, recitate con quella sua voce che costruiva paradossi, che modulava toni tra loro distanti, che faceva immaginare misteri lontani, con una profondità che lasciava incantati. Le novelle furono poi pubblicate nella raccolta di Racconti Nuoresi illustrati da Liliana Cano. L'occasione della performance, che davvero ci aveva emozionato, era stata l'inaugurazione nei locali della Pro loco di Bosa della mostra del pittore Pietro Muroni, aperta da Giovanni Del Rio. Enzo Espa, che pure si era laureato a Roma, aveva finito per concentrarsi sulla Sardegna che più amava, dove svolgeva il suo lavoro di insegnante, percorreva il territorio, conosceva ogni angolo dell'isola, presiedeva giurie, scriveva romanzi, stimolava tutti coloro che allora si occupavano di lingua sarda e che chiedevano l'adozione di una grafia unificata. Si occupava di poesia, di ricerche storiche, dei tanti prodotti della cultura, della vita e della tradizione sarda; infine di monumenti come i castelli medioevali, studiati assieme ad Aldo Cesaraccio che frequentava la sezione dell'Istituto dei Castelli. Tante curiosità, tanti interessi, tanti punti di vista davvero eterogenei che si confrontavano con Francesco Alziator e con Massimo Pittau. L'ho visto tante altre volte all'opera, sempre più burbero ma con me anche davvero affettuoso, come quando nel 1994 curò lo straordinario volume su Siniscola, coordinando decine di studiosi tutti con le loro esigenze, i loro tempi, i loro caratteri. Cinque anni dopo mi aveva chiesto aiuto per l'edizione del suo incredibile Dizionario sardo italiano dei parlanti la lingua logudorese, che pazientemente Delfino aveva pubblicato due volte, combattendo un vero corpo a corpo con l'autore, anche nell'edizione per La Nuova. Quando Enzo ci ha lasciato un anno fa a 95 anni d'età, l'aggiornamento era ormai ben avviato. L'opera è davvero notevole: mi piace la prospettiva "logudorese", che valorizza la ricchezza e la diversità della lingua sarda, che recupera una tradizione letteraria e una dimensione davvero conservativa; soprattutto la sensibilità per le tradizioni popolari, con l'appendice dedicata ai nomi di persona, di paesi, luoghi, blasoni popolari, alle locuzioni e ai proverbi. Proprio il Dizionario, frutto di un impegno esteso a partire dai tempi del Ginnasio Asproni, è il capolavoro di Espa, che ha saputo tenere i contatti con i suoi informatori: Giulio Paulis ha acutamente descritto questo «piacere intellettuale nell'impegnarsi nel suo lavoro». «Se veramente amiamo la nostra lingua popolare – diceva – dobbiamo anche scriverla, non solo parlarla»: dietro queste pagine c'è il senso di una perdita irreparabile, la sensazione che una parte della nostra cultura sta scomparendo. Se oggi guardiamo al futuro della lingua sarda con maggiore ottimismo, se diamo per acquisto un radicamento territoriale di una lingua che deve mantenere una capacità espressiva innanzi tutto in rapporto con un luogo, con una geografia, con un ambiente naturale e umano; se abbiamo superato definitivamente il concetto di «culture subalterne», se abbiamo raggiunto il senso di una ricchezza che dobbiamo difendere nel rispetto di una storia lunga dove la lingua sarda è stata pensiero, riflessione, strumento per intendere la realtà, per entrare in comunicazione con gli altri, tutto questo è merito senza alcun dubbio anche di Enzo Espa.