«Dalla parte della verità» La battaglia di Orwell contro tutti i totalitarismi

di LUCIANO MARROCU La vita di George Orwell ebbe una svolta nel 1946 dopo la pubblicazione di «La fattoria degli animali», quando fu chiaro che il libro aveva avuto un inaspettato successo di pubblico. Sino a quel momento non si può dire che Orwell fosse sconosciuto in Gran Bretagna, ma la sua reputazione, legata a qualche romanzo e al giornalismo, era ristretta agli ambienti radicali. Il libro successivo fu «1984», pubblicato nel 1949, che nel giro di pochi mesi vendette centinaia di migliaia di copie. A quel punto Orwell era già seriamente malato e sarebbe morto l'anno dopo. Le poche recensioni negative vennero dalla sinistra: una, prevedibile, dalla russa Pravda, la seconda, meno prevedibile e più problematica, dal Reynold News. Secondo il giornale, vicino al Partito laburista, Orwell, mettendo nello stesso piano comunismo e fascismo, faceva il gioco della propaganda conservatrice. Un giudizio che forse a Orwell sarebbe piaciuto fu quello di Arthur Schlesinger jr., secondo il quale Orwell si era espresso non solo contro il totalitarismo di sinistra ma contro ogni genere di totalitarismo. Guerra fredda. Quando il libro fu pubblicato (1949), già soffiava potente il vento della Guerra fredda, influenzando fortemente il modo di leggere «1984». La competizione tra i due blocchi si svolgeva anche sul terreno della propaganda e su quello culturale, e «1984» costituiva ovviamente un'arma importante. Negli ultimi anni della sua vita, si offrì a Orwell l'occasione di partecipare in prima persona a questa guerra e lui non si tirò indietro. Il famoso episodio della «Lista» era noto agli studiosi sin dai primi anni Ottanta ma fu «rivelato» al grande pubblico nel 1996. Si trattava di un elenco di nomi di artisti e intellettuali che, a giudizio di Orwell, flirtavano pericolosamente col comunismo. Orwell, tramite un'amica, consegnò la lista a un ufficio del Foreign Office, sotto il controllo del Labour Party in quel momento al governo, per cui viene difficile sottoscrivere l'opinione di chi nel 1996 scrisse che «era come se Winston Smith, il protagonista di "1984", avesse di sua volontà collaborato con la Polizia del pensiero». Non c'era nessuna polizia del pensiero nel governo laburista. Parole scomode. Il fatto di sentirsi isolato rispetto ai suoi compagni della sinistra non era una novità per Orwell. Aveva origine da una vicenda legata alla sua partecipazione alla guerra civile spagnola, un episodio che Orwell raccontò molte volte. Fu a Barcellona nel 1937, infatti, che lo scrittore si trovò direttamente coinvolto nella campagna di repressione organizzata dalla Guardia repubblicana, fortemente influenzata dall'Unione sovietica, contro anarchici e militanti del Poum, il gruppo di ispirazione trotzkista di cui Orwell faceva parte e nel quale aveva sino a quel momento combattuto contro Franco. In quella circostanza aveva scoperto che alla radice del totalitarismo non vi erano la repressione armata, le minacce, le torture – non solo queste, comunque – ma la menzogna eretta a sistema. Purghe rosse. Nella Barcellona del 1937, alla macchina totalitaria non era bastato reprimere con la forza anarchici e militanti del Poum, ma era stato fondamentale rappresentarli come agenti al servizio di Franco, ciò che in tutta evidenza non erano. Fu dopo la guerra civile che Orwell cominciò a articolare la sua analisi del totalitarismo, ma sopratutto a confrontarsi con quella che chiamò, spesso con disprezzo «la sinistra ortodossa». Il confronto si concentrò da subito sull'Unione sovietica. Scrisse nel suo diario: «Orrori come le purghe russe non mi hanno mai sorpreso, perché ho sempre sentito dentro di me che – non questo esattamente, qualcosa di simile, però – era implicito nel dominio bolscevico». Primato del partito. Per capire quanto la polemica con la «sinistra ortodossa» abbia un ruolo centrale nella concezione politica di Orwell, occorre individuare chi lo scrittore vi includa. I comunisti e in primo luogo i comunisti britannici, naturalmente, un obiettivo fin troppo facile. La polemica però si rivolgeva più frequentemente, e con più forza contro simpatizzanti più o meno occulti, portati quasi naturalmente, a nascondere la reale natura dell'Unione sovietica. In altre parole, la polemica non si presentava intorno a temi teorici o programmatici – del tipo, ad esempio, socialismo riformista versus socialismo rivoluzionario – ma intorno al fatto se essere o no un «buon uomo di partito». Al «buon uomo di partito», così come al «compagno di strada», viene del tutto naturale nascondere, anche a costo di falsità, la natura totalitaria dell'Unione sovietica. Fu in questo spirito che Orwell scrisse «Omaggio alla Catalogna», raccontando la sua esperienza spagnola. Nel libro i commissari politici sovietici erano definiti «mezzo grammofoni, mezzo gangster». Fu perciò quasi scontato che il suo precedente editore, Victor Gollancz, un forte sostenitore del Fronte popolare, rifiutasse «Omaggio alla Catalogna». Alleanza con l'Urss. Siamo nel 1938 e Fronte popolare vuol dire, in Gran Bretagna, alleanza tra il Partito laburista e il minuscolo Partito comunista britannico. Un'alleanza che il quartier generale laburista non approva ma che è molto ben vista nella base laburista, per la semplice ragione che, in previsione di una guerra contro la Germania nazista, al popolo della sinistra una coalizione con l'Unione sovietica appare la cosa più naturale. Di lì a poco la guerra scoppierà e Orwell non potrà che condividere la necessità di questa alleanza, senza però rinunciare al suo giudizio sulla natura totalitaria del regime sovietico. ©RIPRODUZIONE RISERVATA