Il teatro in “limba” specchio dell’isola

di Giacomo Mameli w GUAMAGGIORE Ziu Paddori? «È la maschera sarda di una commedia dell'arte di qualità. Non per niente l'opera di Efisio Vincenzo Melis resta la più rappresentata e la più memorizzata nell'isola», dice Giulio Angioni, antropologo e scrittore di successo, nato a Guasila, paese contadino dell'«Oro di Fraus», pochi ettari di campi a grano e fave da Guamaggiore, mille abitanti, case basse e decorose, villaggio collinare di una terra tanto dolce e serena quanto spopolata e silenziosa. E nel teatro bianco intitolato al grande commediografo (1889-1922), sono stati gli attori della Compagnia Marmilla di Ussaramanna a riportare agli onori del palco un personaggio che – lo si è toccato con mano – sta alla Sardegna agrosilvopastorale come lo sono stati per il resto d'Italia il servitore rozzo milanese Meneghino, il litigioso servo bergamasco Arlecchino, l'avvocato brontolone bolognese dottor Balanzone, Giunduja di Callianetto d'Asti e la moglie Giacometta, Brighella compagno di Arlecchino, il grande napoletano Pulcinella, la brillante Colombina e via elencando. E ci sarà da godere sabato 31 ottobre quando in scena salirà l'attrice Rossella Faa col testo «Predi Antiogu e sa perpetua» con una delle pieces più riuscite di Melis: propone il prete di Masullas derubato dalle sue pecore e che «lancia un anatema tanto terribile da muovere al riso e tanto comico da mettere paura». Nelle vesti di Perpetua, Rossella Faa interpreta uno dei personaggi a lei più congeniali. Il tutto avviene con la terza edizione – in questa metà d'autunno – di «Ziu Paddori e i suoi fratelli», voluto dal Comune (ha inaugurato la rassegna il sindaco Antonio Cappai) con la regia e la direzione artistica di Gianluca Medas che molto si è soffermato sulle affinità tra Arlecchino e Ziu Paddori («nella bisaccia, in sa bertula, c'è pane, formaggio, c'è la vita, il prodotto della terra»). Se ne è parlato in un convegno per rimettere Melis e i suoi personaggi nel pantheon letterario giusto, strappandolo talora alle derisioni di intellettuali come Francesco Masala e Michelangelo Pira. È riapparsa invece la figura nobile di Melis (era un insegnante, laureato in Matematica, docenze anche in Veneto). Commediografo della Sardegna contadina, Melis porta alla ribalta la figura del pastore che nessun letterato della Barbagia è mai riuscito a fare. Ziu Paddori è uomo di pecore e latte non di zappa e rastrello. E – lo ha sottolineato Francesco Bachis, giovane e acuto antropologo – «le incomprensioni linguistiche fra i personaggi, gli appetiti sessuali del protagonista fungono da filo conduttore della commedia, incorniciata dai comunicati di avanzata e vittorie delle truppe italiane nella grande guerra». Una produzione di commedie (comprese quelle di un altro grande nome, l'oristanese Antonio Garau) che ha avuto «poche analisi critiche» e sulle quali – insiste Bachis – ha certamente influito «un giudizio sommariamente negativo, talvolta con accenti dispregiativi, verso la produzione teatrale campidanese del Novecento». E così la rassegna di Guamaggiore diventa l'occasione per una rivalutazione, una controlettura degli autori del passato. Diventano sempre più attuali e apprezzati i lavori di alcune compagini sarde (la Compagnia delle donne di Ozieri, la Filodrammatica guspinese, Sa brulla di Perdasdefogu) che riportano alcune testi sul tabernacolo teatrale. Avviene in una Trexenta-Marmilla dove la famiglia Medas (con Mario padre prima, con Gianluca figlio ancora) insiste con una «tradizione attoriale e musicale professionistica in tutto il Novecento». Ed è consolante – in una Sardegna poco propensa a valorizzare i propri tesori – che l'amministrazione comunale dove Efisio Vincenzo Melis è nato abbia capito l'importanza di dare valore aggiunto a quel bene immateriale che è ed è stato il teatro sardo.