Investire sulla lingua sarda è un'occasione di sviluppo

Perché il governo sardo rinuncia a una politica linguistica che può dare solo vantaggi, tagliando gli interventi per scuola e lingua, conquistati con fatica in tanti anni? La lingua sarda c'è ed è forte, anche se afflitta da molti mali, ed è pure dotata di norme scritte certe. Non dobbiamo inventarla. La dobbiamo solo usare davvero nel territorio, a partire dalla scuola, dove le leggi consentono il suo insegnamento e uso per l'apprendimento di ogni materia. Con una ricaduta notevole anche occupativa e produttiva, in corsi di formazione, personale, materiali didattici, nuove risorse intellettuali e linguistiche. Insomma, l'unione lingua-scuola può aprire anche un nuovo mercato. Da anni sembrava consolidarsi una visione di governo della Sardegna fondata sulla nostra identità e sulla lingua che ne è il motore primo. Ora, però, assistiamo a una involuzione neocentralista che mortifica ogni nostra volontà di sovranità. Anche l'Unione Europea sembra assecondare questo disegno statalista, scoraggiando ogni volontà dei popoli di sfuggire alla globalizzazione neocoloniale per affermare identità linguistiche e nazionali. L'attuale governo sardo guidato da Francesco Pigliaru sembra avere condiviso questa visione, indaffarato a fare i conti della serva in favore del governo statale, piuttosto che a consolidare una forte reazione "sardista" che ci distingua dal quasi fallimentare regionalismo italiano e ci dia maggiori poteri di decidere. Ma dovrebbe cambiare rotta, motivando la nostra specialità non più con l'insularità ma con l'identità linguistica e nazionale, anche perché la legge statale 482/99 già ci riconosce come comunità linguistica a sé. Dovrebbe assumere la lingua come risorsa per il nostro progetto di sviluppo, come fanno altri popoli in Europa, con successo crescente. Se invece il governo sardo vuole iniziare a costruire la nostra sovranità, deve da subito fare politica e non ragioneria, "con" e "per" la lingua. Deve intervenire nel sociale, creando una rete di presidi linguistici in ogni ambito lavorativo e produttivo, anche con l'aiuto di esperti. E deve scommettere sulla scuola, istituzionalizzando il sardo al suo interno, affidandolo agli insegnanti di ruolo che devono vedere riconosciuto economicamente il tempo supplementare impiegato nella elaborazione della didattica e dei contenuti in sardo; e sulla famiglia, "educando" gli adulti con corsi di qualificazione linguistica e promozione della politica linguistica in ambito familiare, scolastico e sociale. La presenza sociale e territoriale del sardo deve, insomma, diventare un sistema permanente e non occasionale di "produzione" del sapere e dello scambio comunicativo e, dunque, non può prescindere da un profondo aggiornamento delle leggi sull'editoria, sull'informazione, sulla formazione, che facciano perno sullo sviluppo moderno della nostra lingua. Occorre perciò investire e non tagliare sulla lingua, magari con una nuova legge di politica linguistica che, da una parte consolidi e sviluppi la norma scritta del sardo, col tanto auspicato Istituto del sardo, e, dall'altro, ne garantisca l'uso normale e ufficiale in ogni occasione e in ogni spazio con una effettiva Direzione di politica linguistica.