«Enrico Berlinguer, la sua sardità»

di Alessandro Pirina wINVIATO A TAVOLARA Piera Detassis lo aveva corteggiato per anni, il suo nome era sempre in cima alla lista dei desideri dei possibili ospiti di "Una notte in Italia", ma i vari impegni politici, da ministro, da sindaco di Roma, da segretario del Pd, non gli avevano mai permesso di attraversare il red carpet sulla sabbia di Tavolara. Quest'anno, però, Walter Veltroni non poteva dire di no. Il suo debutto da regista non poteva non passare dal festival del cinema italiano. Che, per di più, si tiene nella terra che ha dato i natali al protagonista del suo film. Ieri Veltroni è finalmente sbarcato sull'isola del cinema per presentare il documentario "Quando c'era Berlinguer" sulla figura dell'ex segretario del Pci nel trentennale della sua morte. Cosa l'ha spinta a fare un film su Berlinguer? «I motivi sono stati diversi. Volevo unire i miei due grandi amori, il cinema e la politica. Mi premeva fare un elogio della politica. E parlare di Enrico Berlinguer credo sia il modo per raccontare meglio quanto possa essere bella. Inoltre, il film fa parte di quel lavoro sulla memoria che sto portando avanti in questa seconda stagione della mia vita». Lei ha conosciuto bene Enrico Berlinguer. Qual è l'aspetto della sua sardità che ricorda di più? «Berlinguer era intriso dei valori di questa terra. Può sembrare una frase di maniera, ma in questa isola ci sono una grande fierezza, una grande determinazione, una grande onestà, una grande curiosità intellettuale, un grande rispetto per la natura e per la vita. Berlinguer era tutto questo, perché era molto sardo. E, infatti, mentre giravo il film sono andato proprio nei posti a cui lui era più legato. A Sassari, all'Isola Piana. Ho visto la sua casa a Stintino, e anche la sua barca». Qual è la critica al film che le ha fatto più piacere? «Quando ho deciso di fare questo lavoro, devo essere sincero, ero molto preoccupato. Un film su un uomo politico fatto, per di più, da uno che fino a quel momento aveva fatto molta politica, era un grande rischio. Per questo motivo il successo che il film ha avuto nelle sale è stato ancora più inaspettato: 120mila spettatori nei cinema, 800mila euro di incasso, un record di ascolti su Sky, dove abbiamo battuto anche "Fahrenheit 9/11" di Michael Moore. E anche l'accoglienza dei giornali più lontani dalla sinistra è stata molto positiva. Evidentemente si è capito che era un'operazione sincera, che non c'era alcuna furbizia, né intenti agiografici». Perché ha scelto il genere del docu-film per raccontare Berlinguer? «Inizialmente non doveva essere un documentario per le sale, ma per la tv. Quando ho iniziato, però, mi sono ritrovato talmente tanto di quel materiale che ho deciso di fare un docu-film. Un genere che oggi va molto, perché permette di fare informazione con i linguaggi del cinema». Attori, registi, produttori lamentano la scarsa attenzione della politica per il cinema e chiedono di prendere esempio da altri paesi, la Francia su tutti. Cosa potrebbe fare di più l'Italia per il cinema? «La mia gioia principale è data dal fatto che quando facevo il ministro tutti dicevano che bisognava fare come in Italia. In un anno e mezzo presi una serie di misure che fecero molto bene al settore. A partire dalla previsione di una quota di bilancio di tv pubbliche e private per il cinema e la fiction italiana ed europea. E' allora che in Italia è nata la grande industria della fiction. E poi la legge sulle multisale, il lavoro per la riduzione del biglietto, la legge sul diritto d'autore. L'Italia deve capire che deve puntare su quelli che sono sempre stati i suoi elementi caratteristici: l'ambiente, e quindi la storia, e il talento. E' da lì che bisogna ripartire». Da sindaco inventò la festa del cinema di Roma, che, dopo i fasti dei primi anni, rischia di essere cancellata. «Le hanno cambiato l'anima. Noi non volevamo un festival tra i festival, ma una grande festa per esaltare una delle più grandi città cinematografiche del mondo. Creammo un evento senza precedenti, e un grande merito lo ebbe il direttore artistico Piera Detassis. Riuscimmo addirittura a portare Leonardo Di Caprio a Tor Bella Monaca. A noi non interessava il concorso, ma celebrare il cinema. Invece, prima hanno cambiato il nome, da festa a festival, e poi hanno pensato stupidamente di competere con Venezia, il vero festival del cinema. E quando una cosa perde l'anima perde anche il senso di esistere». Dopo Berlinguer quale sarà il prossimo lavoro di Walter Veltroni come regista? «Sto girando l'Italia a intervistare bambini tra i 9 e i 13 anni. Si tratta di un docu-film per Sky in cui faccio domande sul gioco, sulla fantasia, su tutto. Cerco capire da questi italiani in fieri come vedono la vita e il futuro». ©RIPRODUZIONE RISERVATA