Quelle rose sulla lapide di Luisa Ierace

Donne nuoresi, candidi/ vecchi, pastori erranti/ lavoratori spersi nella vallata aulente/a voi tutti che al cereulo/cadere della sera/volgete gli occhi oranti verso l'immenso altare/dell'Ortobene, e al bronzeo/Redentore sorgente/tra fior di rosee nuvole offrite il vostro cuore/ricordatevi la tenera/donna che là, oltre il mare/per voi inspirò l'artefice, ed ora sciolta dai veli/mortali, eletto spirito/oltre I lucenti cieli/offre il fior della preghiera al Redentore./ (Lapide a Luisa Jerace, Grazia Deledda 1902). Mattino del 29 agosto 2000. Franco Stefano Ruiu, su carrale, depone una rosa sulla lapide di Luisa Jerace. Un semplice gesto fatto per colmare una lunga dimenticanza ed esaudire il desiderio di Vincenzo, lo scultore del Redentore, che chiese ai nuoresi di ricordare la moglie con una rosa nel giorno della festa. Quell'atto di amore fu preceduto da una coinvolgente rappresentazione, che si tenne in piazza Satta alla presenza benedicente della statua del Redentore custodita nella Cattedrale. Su sollecitazione del Coro Ortobene e del Comune, Franco, avvalendosi anche delle ricerche di Elettrio Corda e di Nicola Porcu, scrisse, diresse e narrò, accompagnato da Su Tenore di Bitti, il Coro Ortobene, il sassofono di Gavino Murgia e la chitarra di Mauro Palmas, "I cent'anni del bronzo di Jerace - Storia narrata del Redentore di Nuoro" . Dopo l'iniziale "C'era una volta il 1900, l'anno del grande Giubileo per ricordare i primi 19 secoli della storia cristiana..." il racconto prosegue narrando di Papa Leone XXIII che chiese a ciascuna delle allora 19 regione italiane di collocare opportunamente una statua del Redentore; della scelta in Sardegna di realizzarlo in cima al Monte Ortobene, al tempo covo di briganti e malfattori; del Comitato promotore, composto da notabili e lavoratori, che promosse la sottoscrizione per recuperare i fondi necessari (che arriveranno da tutta l'isola); dei contatti con lo scultore Vincenzo Jerace, che accettò con entusiamo l'incarico; della morte della moglie Luisa avvenuta durante la lavorazione (secondo l'immaginario dei nuoresi di allora a causa dello spavento per le dimensioni della statua); della dedica alla donna incisa nel palmo della mano benidicente; dell'arrivo della statua , rinchiusa in 19 scatoloni, trasportata con i carri a buoi; della scelta di dove erigere il piedistallo in cima al Monte; delle maestranze napoletane che montarono la statua; della multitudine di genti in costume presenti all'inaugurazione. Franco chiuse l'incontro ricordando appunto il non esaudito desiderio dello scultore. Richiamo subito recepito: dal 2001 alla rosa di Franco Stefano si sono unite, a nome di tutta la comunità, anche quelle del Comune di Nuoro.