Morto Coccone, nel suo ovile ospitò le Br

NUORO Stroncato da un male incurabile è morto a 73 anni Carmelino Coccone. Un nome che riemerge dal passato, che ha segnato momenti tristi di storia della Sardegna, dai quali era comunque riuscito ad affrancarsi. Grazie all'aiuto dei parenti e dei suoi avvocati Gianni Sannio e Pasqualino Federici, che l'hanno sempre difeso, anche in processi importanti e difficili, contraddistinti da lunghe detenzioni, riuscendo sempre a dimostrarne la sua innocenza. Carmelino Coccone era salito alla ribalta delle cronache nell'estate del 1981, la stagione delle Brigate Rosse, degli omicidi politici e del tentativo di trasformare la Sardegna nella Cuba del Mediterraneo. I carabinieri di Nuoro, al comando del famoso capitano Enrico Barisone, erano piombati nella notte in un ovile nelle campagne di Sa Janna Bassa, in territorio di Orune, mentre era in corso un summit tra alcuni latitanti dell'epoca e diversi brigatisti rossi, di cui non si scoprì mai esattamente l'identità, anche se si è sempre parlato di Antonio Savasta ed Emilia Libera, intercettati infatti poco tempo dopo a Cagliari dov'erano stati coinvolti in un'altra sparatoria. I carabinieri fecero irruzione nell'ovile, ma furono accolti dal fuoco incrociato delle vedette appostate fuori dalla casupola. Il conflitto a fuoco fu durissimo e si concluse con l'uccisione di due latitanti (Francesco Masala e Mario Giovanni Bitti) e il ferimento del capitano Barisone. Mentre infuriava la battaglia, i brigatisti erano riusciti ad allontanasi dall'ovile e quando i carabinieri erano entrati nella casupola avevano trovato e arrestato Coccone e altri orunesi. È l'unica vicenda per la quale era stato condannato. Anche se poi era stato coinvolto in numerose altre inchieste, tra le quali quella contro la Superanonima sequestri che aveva terrorizzato la Sardegna negli anni Ottanta: ma era sempre uscito pulito. Da giovane era stato latitante dopo essere stato accusato di un duplice omicidio a Orune. Si era sempre proclamato innocente, estraneo a tutto e infatti era rimasto alla macchia fino a quando non era arrivato il totale proscioglimento. Ma erano tempi duri e il suo nome era uno di quelli che al tempo si diceva che fosse: "un coperchio buono per tutte le pentole" e così era stato coinvolto in numerosi altri episodi gravissimi. Ma era sempre riuscito a provare la sua innocenza e ritornare in libertà dopo lunghi periodi di detenzione. Gli ultimi anni li ha trascorsi lavorando, accudito dalla sorella che l'ha assistito durante la malattia. (re.nu.)