Zona franca, poche le possibilità concrete

Il vivace dibattito sulla zona franca si è in questi giorni arricchito di un contributo di particolare interesse, a seguito dell'avvio dei lavori in Consiglio regionale sulla formulazione di un nuovo articolo 12 dello Statuto speciale. Prima che la Commissione Autonomia licenzi un testo da trasmettere all'Aula, appare opportuno sviluppare alcune brevi considerazioni circa le concrete possibilità che la stessa riesca a raggiungere il risultato sperato. È da rilevare con soddisfazione, in primo luogo, che finalmente sono state prese le distanze rispetto al frequente, demagogico ricorso ad espressioni volte ad accreditare la tesi di una zona franca da istituire immediatamente, in attuazione di un diritto riconosciuto persino da norme di rango costituzionale. L'iniziativa recentemente assunta chiarisce infatti che si rende necessaria una modifica delle legge costituzionale che ha approvato lo Statuto speciale. La relativa proposta deve essere approvata dal Consiglio regionale e trasmessa poi al Parlamento, chiamato a pronunciarsi in proposito al termine di un lungo e complesso iter procedurale. Soltanto allora, di un diritto costituzionalmente riconosciuto ai Sardi sarà il caso di parlare. Sulla possibilità che la proposta in discussione riesca realmente a raggiungere un simile risultato, sussistono tuttavia seri e fondati dubbi. La proposta, invero, appare incentrata su due fondamentali principi: da un lato, il riconoscimento che il territorio della Sardegna "è posto fuori della linea doganale dello Stato e costituisce zona franca"; dall'altro, la "delega" alla Regione da parte dello Stato dell'"esecuzione delle norme in materia doganale, la loro modifica ed integrazione", nonché di ogni decisione in materia di esenzioni fiscali e sgravi di imposte. Il fatto è, però, che il raggiungimento di siffatti obiettivi si scontra con difficoltà ben difficilmente sormontabili, dovendosi fare i conti con un convitato di pietra autorevole ed inflessibile: l'Unione europea. Non possiamo, infatti, ignorare che da molto tempo ormai le competenze in materia doganale sono passate dallo Stato italiano all'Unione europea, in forza di un trasferimento che, sulla base di una consolidata giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione, deve essere considerato "definitivo" ed "incondizionato". In altri termini, aderendo ai Trattati istitutivi dell'Unione lo Stato italiano si è una volta per tutte spogliato delle competenze di cui era dotato quando, nel 1948, veniva approvato, con lo Statuto speciale della Sardegna, il già richiamato articolo 12. Non si vede proprio come questo Stato possa oggi "delegare" alla Regione competenze e poteri che non sono più nella sua disponibilità, almeno fino a quando l'Italia continuerà ad essere membro dell'Unione. Stando così le cose, è a ben guardare del tutto irrealistico pensare di superare difficoltà così ardue con i pannicelli caldi, precisando come l'auspicato passaggio avverrebbe "con il concorso dell'Unione europea" e "nel rispetto della normativa comunitaria". Ammesso e non concesso che l'Unione europea si dichiari d'accordo sui contenuti di un'eventuale legge costituzionale di modifica dell'articolo 12 dello Statuto, a non consentirlo sarebbero gli stessi Trattati istitutivi, che conferiscono all'Unione una competenza esclusiva in materia doganale. Occorrerebbe, a questo punto, orientarsi addirittura per una modifica dei Trattati: se qualcuno, per cercare di raggiungere il traguardo della zona franca, pensasse seriamente di avviare il procedimento per la revisione dei Trattati e della normativa in materia doganale che su questi è fondata, saremmo proprio curiosi di vederlo all'opera.