ARCHIVIO la Nuova Sardegna dal 1999

i comuni al voto

di Giovanni Bua wINVIATO A LULA Di bombe non ne vuol parlare nessuno. Anche perché l'ultima, una molotov contro l'auto di un consigliere comunale, è esplosa "ormai" un anno e mezzo fa. Di "veleni" nemmeno. Soprattutto dopo che molte delle vicende giudiziarie che hanno tenuto sotto scacco il paese per un decennio si sono arenate tra archiviazioni e sostanziali nulla di fatto. «È tutto tranquillo» dicono. Eppure, quando qualche settimana fa i dintorni del palazzo municipale si sono animati di persone che sottoscrivevano le liste, molti hanno tirato un sospiro di sollievo. Il commissario che ha governato il paese dal 1992 al 2002 non sarebbe tornato. E per la terza volta a Lula ci sarebbero state le elezioni. La miniera. Non è poco per questo pugno di case gialle e rosa appoggiate in un fazzoletto di paradiso 500 metri sopra il mare, alle falde del Montalbo. Un paese che cerca di scrollarsi di dosso una fama che pensa di non meritare: «Tropu 'nd aztis iscritu. Troppe ne avete scritto _ sentenzia un anziano che passeggia in piazzale Loreto _. E i problemi sono altri». Problemi che vengono da sotto terra. Quella delle miniere di Sos Enattos e Guzurra, utilizzate già da nuragici e romani e che da anni hanno smesso di sputare zinco e piombo argentifero. «E di dare lavoro a una comunità che ancora non trova il modo di usarle». Così Mario Demontis, ex dipendente della Provincia in pensione. Vive a Nuoro, ma nel suo paese torna. «Ancora almeno una volta a settimana». Per lui il vero problema «È l'indolenza. Ci si accontenta di sopravvivere, e così si rischia di morire. Mezzo secolo fa era diverso. C'era vitalità, lavoro, idee. Magari pazze, ma c'erano. Contraddizioni certo, tensioni, ma vita». Via Carlo Marx. Pazze idee come quelle che negli anni '70 hanno portato a colorare di rosso i nomi di tutte le strade e le piazze. Che Guevara, Patrice Lumumba, Rosa Luxemburg, Ho Chi Min e piazzale Loreto. Persino San Francesco venne "sfrattato" dalla strada grande per far posto a Carlo Marx. «Purtroppo non è cambiando i nomi delle strade che si risolvono i problemi. L'ideologia promette molto, ma le soluzioni sono altrove». Parole di uno che nella “piccola Cuba” terzomondista non deve aver avuto certo vita facile: monsignor Sebastiano Sanguinetti, attuale vescovo di Tempio, lùgulese doc «anche se la mia vita è stata sempre lontano». Sempre più piccoli. Uno che delle battaglie, spesso molto coraggiose, per le zone interne e depresse, ha fatto una bandiera. «Purtroppo Lula non è diversa. Si vive di economia di sussistenza, che tampona ma non risolve. Qualche forestale, qualche pastore, un po' di artigianato, i giovani che vanno via, il turismo che non decolla. La comunità che si avvita su se stessa. Le soluzioni vanno trovate insieme. Ci vuole una rete economica globale, che rilanci il turismo, l'occupazione stabile, apra le teste, e i cuori». Lula che canta. Teste, cuori e bocche. Che raccontano di «un paese che fa cultura». O di «un turismo legato al Parco Geominerario che ha le carte in regola per ingranare» o «del Sic del Montalbo, sempre pronto ma che non decolla mai». Ma che non riescono a vincere l'innata diffidenza a "finire sul giornale". E così i lulesi, che in pochi anni hanno messo su due compagnie teatrali e un concorso di poesie finito in un bellissimo volume di versi “Lula ti canto”, di cantare non ne vogliono sentire proprio. Troppo coinvolti in un'elezione in cui minime differenze tra le liste si mischiano a massime diffidenze. O semplicemente avezzi a un paese dove «ogni parola viene pesata, interpretata e spesso fraintesa». «A Orgosolo hanno imparato a vendersi meglio _ spiega un anonimo _. Hanno capito che alla gente piace essere accolta e non scrutata». Aria nuova. «Abbiamo fatto tanti passi avanti _ spiega Gavino Porcu _ e il più grande e di aver iniziato a respirare un po' di aria fresca. A leggere il nostro nome sul giornale legato a convegni, teatro, cultura. Ne stiamo facendo tanta, ne faremo ancora di più». Lui è il sindaco uscente, tecnico-agronomo in pensione dal Banco di Sardegna, tessera di Rifondazione in tasca e pezzi importanti di Pd in lista: «Siamo di centrosinistra certo. Ma persone, non partiti». Le priorità? «Continuare il lavoro iniziato. Aprirsi, facendo rete con i comuni vicini. Per il turismo, per l'agroalimentare, con una rete di vendita a chilometri zero. Tramite cui rilanciare anche l'area industriale del Sologo. E poi le miniere, con il progetto dal mare alla montagna. E il Sic Montalbo». Tutto sintetizzato nel simbolo, il Monte, con un libro poggiato sopra: «Abbiamo voluto dare il segno della continuità che offriamo, cultura, ambiente e sviluppo». Largo ai giovani. E sempre il Montalbo svetta nel simbolo della lista dello sfidante, Mario Calia, minatore-geometra a Sos Enattos, oggi Igea. Candidato Pd alle scorse provinciali, a capo di una civica di neofiti della politica: «Molti giovani _ spiega Calia _ e me come Caronte. Perché è facile dire che bisogna fare le cose per i giovani. Ma poi nei giovani bisogna crederci. E soprattutto bisogna ascoltare. In questo noi proponiamo discontinuità. Ricette da trovare, magari simili alle attuali, ma non calate dall’alto. Discusse prima con le parti in causa. Poi con tutta la popolazione. A iniziare dal bilancio, che sarà partecipato». Nel futuro vede la miniera. E il turismo: «Che dentro di sé ha tutto, agroalimentare, cultura, magari raccontando a tutti di una Deledda lulese un po' trascurata, ma che invece noi sentiamo vicina». ©RIPRODUZIONE RISERVATA