La destra avrebbe bisogno di un altro contenitore, ma il grumo di interessi che ruota attorno al potere berlusconiano la condanna all'immobilismo. Per Maroni «la traversata nel deserto è finita» ma, probabilmente, è appena iniziata. Il Carroccio ha perso sette ballotaggi su sette, sconfitto non solo nel cuore dell'immaginifica Padania ma anche in quella che veniva ritenuta sino a poco tempo l'area di sfondamento, l'Emilia. Nelle città sopra i 15 mila abitanti nel profondo Nord, prima del voto il partito di Bossi aveva dodici sindaci. Ne mantiene solo due, tra cui Verona: un successo personale di Tosi, più che della Lega. Nel primo turno il Carroccio ha ottenuto il 7% dei voti, dodici punti in meno delle Regionali del 2010, meno della metà rispetto alle politiche del 2008. Appena sotto il Po, dove aveva mietuto successi negli ultimi anni, ha il 5,8%, contro il 13% alle politiche del 2008 e oltre il 17% alle regionali del 2010. Un crollo prodotto, oltre che dalla fallita prova di governo, dall'identificazione a oltranza con il proprio capo. La Lega è Bossi inneggiavano i militanti sino a qualche mese fa: e questi sono i risultati. Quanto al Pd, l'oggettivo vincitore della amministrative di questo non troppo radioso maggio, si conferma come unico partito nazionale capace di vincere sia a nord che a sud ; di abbattere il tabù politico che lo aveva escluso dalla guida delle città settentrionali, grandi e medie, per lungo tempo sotto l'allora possente spinta dell'onda forzaleghista. Oggi i democratici governano, con propri sindaci o meno, tutti i capoluoghi regionali settentrionali, e hanno strappato alla destra roccaforti come Como, Monza, Alessandria, Asti. Ma accanto alle indubbie luci, vi sono anche molte ombre. A Genova e Palermo, come già l'anno scorso a Milano, il partito si mostra incapace di selezionare candidati che abbiano consenso nell'elettorato della coalizione vasta. E, sia pure perno centrale di ogni possibile coalizione di centrosinistra, il suo profilo non convince troppo. Molti lo votano come male minore, quasi come scelta temporanea in attesa di una diversa offerta politica. Naturalmente per il 5 stelle è più semplice governare comuni che diventare decisivi nella ribalta nazionale. Il default evocato da Grillo, così come l'uscita dall'euro, la nazionalizzazione delle banche e la loro compartecipazione ai rischi sui prodotti finanziari, prospetta un futuro assai incerto per un paese sotto pressione dei mercati internazionali. Per «andare a Berlino», ovvero per governare , con efficacia, a Roma, meglio sarebbe convincere la Merkel a mutare politica. Per la «vittoria della democrazia sul capitalismo», senza regole aggiungiamo, serve un Hollande più che un Grillo. Inoltre in un'elezione nazionale, senza ballottaggio, non è scontato che gli elettori di destra convergano sul 5 stelle. Fra un anno l'offerta politica sarà diversa da quella attuale. Nel frattempo, da ieri, tutti si riposizionano. E il Pd ha qualche carta in più da giocare nei confronti del governo; anche se potrebbe essere tentato dalle elezioni anticipate prima che la destra si saldi con il centro in un nuovo contenitore, vanificando così la cronaca di una vittoria annunciata. Comunque un voto dalla quale il governo Monti esce oggettivamente indebolito.