La Rai assicura l’informazione sui referendum di domenica 6 maggio con una tribuna politica che andrà in onda giovedì 3 maggio, alle 15,05, sulla terza rete tv e nella stessa giornata, alle 23,05 su Radio 1. La trasmissione, condotta dalla giornalista Susi Ronchi, ospiterà gli esponenti politici dei partiti e un rappresentante del movimento referendario, per un confronto sui temi proposti dai quesiti. Soddisfazione è stata espressa dai promotori dei referendum, i quali da tempo avevano chiesto una copertura da parte del servizio pubblico radio-televisivo. Una pubblicità istituzionale sui dieci quesiti è stata garantita dalla Regione. Un referendum uguale a quello del 6 maggio, cioé per l’abolizione delle nuove Province, è già stato celebrato nel 2003 ma fallì clamorosamente visto che votò solo il 15,77 per cento degli aventi diritto. Era un clima diverso, le Province non erano ancora nate (le prime elezioni sono del 2005) e oggi i delusi sono tanti anche nei territori interessati. Il fatto è, però, che il dibattito politico in Sardegna è spesso fine a se stesso, va avanti per decenni sullo stesso punto senza produrre risultati concreti. È un limite che i referendum popolari del 6 maggio mettono in evidenza, visto che trattano di argomenti che sono in discussione da lungo tempo. Uno dei dieci quesiti consultivi, ad esempio, è sulla proposta di affidare a un’Assemblea costituente il compito di riscrivere lo Statuto sardo. La proposta non è nuova: è in discussione tra le forze politiche da tre lustri, solo che nel frattempo nessun partito si è preso la briga di scrivere – almeno come ipotesi di lavoro – almeno un articolo della futura carta dell’autonomia. E infatti, mentre quasi tutte le altre Regioni hanno già adeguato gli Statuti sia alle nuove norme generali della Costituzione (risalgono al 2001) sia alle più recenti leggi sul federalismo, la Sardegna è ancora ai blocchi di partenza. E che dire delle Province? In questo caso il Consiglio regionale è arrivato a una decisione, e persino in tempi rapidi. Anche se sul risultato vengono espressi giudizi contrastanti. Perché è stata una decisione presa all’unanimità (questo non tutti lo ricordano) ma dettata, per i più, non dalla convinzione ma dalla convenienza politica del momento. È una storia politico-istituzionale che fa emergere non poche contraddizioni, mai del tutto chiarite. Il primo atto è del 1997. Da tre anni governa il centrosinistra di Federico Palomba. Viene approvata una legge quadro che norma le competenze della Regione sull’istituzione di nuove Province: sono indicate regole e procedure. Non c’è alcuna indicazione su singoli territori. La svolta avviene nel 2000, quando governa la giunta di centrodestra guidata da Mario Floris. Sulla spinta di tutti i Comuni della Gallura (un movimento capeggiato da Antonio Satta già assessore regionale e all’epoca sindaco di Padru)arriva in Consiglio regionale una proposta che prevede l’istituzione della nuova Provincia del Nord-Est isolano. C’è, in apparenza, un consenso politico diffuso. La legge del 2000. Il testo viene affidato alla commissione Autonomia, presieduta da un energico e battagliero Giampaolo Nuvoli (poi prematuramente scomparso). La commissione introduce a sorpresa un articolo per istituire anche la Provincia dell’Ogliastra. I sindaci galluresi sospettano che si tratti di una trappola per allungare il processo legislativo. In effetti, la spinta dei sindaci ogliastrini era molto più recente e forse non ancora matura sul piano politico generale. E succede che in aula, con altri emendamenti, il gioco di raddoppiare gli enti intermedi diventa più facile. Spuntano i promotori del Sulcis-Iglesiente e del Medio Campidano e con l’idea di uniformare l’organizzazione territoriale a quella delle Asl si vota per le otto Province in un clima di grande tensioni e di forti contrapposizioni. Pressione dei sindaci. Il Consiglio regionale, sotto la pressione del rumoroso movimento di sindaci e nel pieno di una campagna elettorale comunale, approva quasi all’unanimità. Un solo voto contrario, quello di Peppino Pirisi (Ds), ex presidente della Provincia di Nuoro che due anni prima si era schierato contro l’ipotesi delle nuove Province. Ma si astensione anche Tonino Frau (An) mentre altri due consiglieri abbandonano l’aula: sono Tore Sanna (Ds) e Cesare Corda (An) protestano per il «ricatto» politico esercitato dai Comuni sull’assemblea sarda. L’approvazione unanime. Viene votato all’unanimità anche un ordine del giorno unitario, firmato da tutti i capigruppo, compreso quello dei Riformatori, Michele Cossa, ora sostenitori del referendum abrogativo.]Parole poco chiare. Il voto unanime contiene molte ambiguità. A spingere con forza erano state soprattutto i partiti di centrosinistra, contrasti erano emersi in particolare nel centrodestra, tanto che Forza Italia gallurese, con Settimo Nizzi in prima fila, aveva minacciato di far votare per l’opposizione. Tra i Sì ci sono molte scelte opportunistiche, perché sembra impopolare schierarsi contro le nuove Province. I sindaci galluresi rafforzano il loro grande sospetto che averne istituite otto serva solo ad affossare anche la loro. Il governo si oppone. Giuliano Amato, appena subentrato a Massimo D’Alema, rinvia la legge al Consiglio regionale. Il quale, però, la riapprova con poche modifiche. Palazzo Chigi decide così di impugnare il testo davanti alla Corte costituzionale. La sentenza arriva nell’aprile 2001 e dà torto al governo: la Regione può istituire quelle nuove Province. In Sardegna il dibattito si riapre, anche se i malumori sotterranei sono sempre gli stessi. Riprende la pressione dei sindaci e il presidente della giunta di centrodestra, Mario Floris,promulga la legge dell’anno precedente. C’è chi vorrebbe subito le elezioni, ma i tempi si allungano. Referendum del 2003. In questa incertezza si inserisce un imprenditore, Gianni Onorato, che si mette a capo di un movimento referendario che punta all’abrogazione delle nuove Province. Nessun partito si schiera con lui. Forza Italia e Ds lasciano libertà di voto anche se prevale la linea del non voto, la Margherita e Psd’Az invitano a disertare le urne come richiesto dai sindaci lasciano libertà di voto ma chiedono di andare ai seggi, An, socialisti e comunisti sono per il No. Nessun partito, come si vede, è per l’abrogazione. Ups e industriali contrari. Si schierano invece per il Sì la Confindustria e l’Unione delle Province sarde. In questa fase l’Ups è guidata dal presidente di Cagliari, Giorgio Balletto, e sostiene, in sintonia con gli imprenditori, che la norma è talmente pasticciata che si rischia un generale fallimento. Oggi, 2012, l’Ups di Roberto Deriu è schierato su una posizione opposta perché difende i quattro nuovi enti intermedi. Dato che le storie si ripetono anche se con protagonisti diversi, anche nel 2003, come succederà nove anni dopo, ci sono ricorsi al Tar e poi al tribunale: ricorsi che non bloccano i referendum (e questa volta? Lo si saprà tra oggi e mercoledì). Appena il 15,7% Nel referendum del 2003 i votanti sono appena il 15,77 per cento e il fallimento della consultazione viene interpretato da tutti come un’approvazione popolare delle nuove Province. Inizia la marcia verso le prime elezioni del 2005. Siamo all’oggi. L’istituzione delle nuove Province non ha raccolto grandi successi popolari. La percentuale di votanti nel 2010, cioé al primo rinnovo, è stata la più bassa mai registrata nell’isola. E subito dopo nei confronti degli enti intermedi, indebolito elettoralmente non solo nell’isola, è iniziata una forte offensiva nella logica della semplificazione e del taglio della spesa pubblica. Il governo Tremonti aveva tagliato del 20 per cento i seggi nei consigli e nelle giunte, il governo Monti ha avuto la mano più pesante: ha trasformato le Province in enti elettivi di secondo grado (non votano i cittadini ma i Comuni), i consigli saranno di dieci membri (eletti tra gli stessi amministratori comunali) e le giunte spariranno. La Sardegna dovrà adeguarsi entro l’anno. Politica silente. I referendum del 6 maggio, tuttavia, non hanno animato il dibattito politico. Tranne i Riformatori, questa volta schierati nel movimento referendario e quindi per l’abrogazione, nessun partito ha deciso di pronunciarsi. L’occasione non è stata sfruttata neppure per riaprire la discussione sul sistema pubblico isolano: tutti sanno che tra Stato, Regioni e Comuni, passando per le Province almeno sin quando restano, vanno riordinati compiti e funzioni, per evitare sprechi e costosi doppioni. Insomma, mentre sulla spinta del risanamento dei conti in Italia il processo decisionale ha subìto una forte accelerazione, nell’isola sembra tutto fermo. E si va avanti con spot e annunci, anziché con atti concreti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA