A essa si unisce la potenza di fuoco della macchina di delegittimazione dei repubblicani, ben oliata e disposta a tutto rispetto al 2008, quando la sconfitta da parte di un democratico - qualunque democratico - era data per scontata. La base conservatrice, poi, sa che con una riconferma di Obama perderebbe la sua presa sull'istituzione con cui attuare una "controriforma" dei diritti civili, la Corte Suprema. Obama, tuttavia, è in vantaggio: come riporta il New Yorker, per i bookmaker inglesi ha il 69% di probabilità di vincere. In politica estera, il presidente è poco criticabile, anche perché l'uccisione di Bin Laden ha una notevole forza simbolica. L'accusa repubblicana di "non credere nell'eccezionalismo americano" sembra debole: sebbene Obama abbia una visione del mondo sofisticata, non è mai stato persuaso dalle cassandre del declino, anche perché si ritiene - con buone ragioni - un'incarnazione del sogno americano. Perciò, a meno di un attacco di Israele all'Iran, l'elezione si giocherà sul supporto dei gruppi e sull'economia. Il primo punto, spesso sottovalutato, è fondamentale: Obama batte nettamente Romney nel supporto non solo della comunità afroamericana, ma in quello della vastissima comunità ispanica e delle donne. Se Romney non riuscirà a recuperare su questi gruppi, perderà. Potrebbe cercare di attrarli con la scelta della vicepresidenza: per esempio, puntando su Susana Martinez, governatrice del New Mexico, o Marco Rubio. Tuttavia, come ha mostrato l'ottimo film TV "Game Change", andato in onda su HBO, gli strateghi repubblicani hanno bene in mente il tentativo fallito di cambiare le carte in tavola nell'ultima elezione, con la scelta di Sarah Palin. Resta l'economia, croce e delizia di Romney. Secondo lo storico conservatore - e provocatore - Niall Ferguson, Romney, proprio per la sua carriera imprenditoriale e finanziaria, è l'uomo giusto per gli Stati Uniti proprio perché la farraginosa macchina pubblica ha bisogno di un'operazione di "ristrutturazione aziendale" di largo respiro, in grado di riportare un'America sana alla guida dell'economia di mercato mondiale, fuori da un modello insostenibile. Eppure, la forza relativa della ripresa economica degli Stati Uniti (relativa, soprattutto rispetto ai giganteschi problemi europei) porta acqua al mulino di Obama e il tema della ricchezza personale di Romney e della sua esperienza nel private equity è stato scandagliato in senso critico anche dai suoi avversari repubblicani. D'altra parte, Obama ha avuto notevoli difficoltà col suo team economico, soprattutto nei progetti di riforma del sistema finanziario. E la storia delle rielezioni presidenziali sentenzia che la disoccupazione rimane molto alta. Infine, è emersa ormai nel dibattito pubblico la grande questione della disuguaglianza, su cui Obama sta puntando con forza. Nella sua autobiografia del 2003, l'ex segretario al Tesoro (ex Goldman Sachs, ex Citigroup) Robert Rubin, pur criticando con forza il taglio delle tasse dei ricchi di Bush, accusò Al Gore di aver usato toni populisti per affrontare la disuguaglianza, in un periodo di crescita. In un'epoca di crisi, l'elettore saprà cambiare il suo orientamento?