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Salviamo il passato, è il nostro vero tesoro

Basti come esempio l'erosione continua della "corona olivetata" di Sassari dimmnuita del 17 per cento in 25 anni, oltre 100 mila piante in meno su quasi 600 mila. Sono note accorate queste, suscitate paradossalmente da una notizia con un segno positivo, per quanto effimero, cioè il primato di un sito sardo nella classifica dei luoghi di eccezionale interesse culturale e paesistico più visitati nella "Giornata Fai di primavera". Primo Tuvixeddu con 10 mila visitatori. Quanti rischi abbia corso la più grande necropoli punica del Mediterraneo fa parte della storia e della cronaca della distruzione del paesaggio culturale sardo del Novecento. Perché già all'inizio del secolo la sua conservazione fu messa a repentaglio dagli scavi, affatto archeologici, per estrarre il calcare necessario al cementificio di Santa Gilla. Ancora i segni della distruzione delle antiche tombe fenice e romane si vive come una ferita per sempre irredimibile. E oggi, salvato per un nonnulla dai distruttivi effetti dell'economia del mattone, Tuvixeddu corre un rischio ancor più desolante: diventare un "non luogo" se dovesse perdere il suo profilo archeologico secondo il progetto di parco attrezzato con gradini e giadinetti alberi e alberelli, ingentilito come un aeroporto o piuttosto un ipermercato. La conservazione dei beni culturali, per la quale esiste un codice con le sue regole e i suoi principi da tutti condiviso, non può essere in contrasto con un uso economico delle risorse. Al contrario. Nel suo ultimo libro appena uscito da Laterza, “Il nuovo dell'Italia è nel passato”, capace fin dal titolo di spiegare come la cultura possa essere una risorsa ambientale di alta gamma, il massimo archeologo italiano Andrea Carandini, racconta un’esperienza tanto virtuosa quanto ovvia, quasi banale. Durante la costruzione dell'Auditorium di Roma saltò fuori un sito archeologico, «un unicum che illumina la storia agraria della prima età repubblicana». Che fare? O bloccare i lavori per salvaguardare l'antico, e così Roma non avrebbe mai più avuto il suo auditorio, oppure proseguire nel progetto e Roma avrebbe perso un pezzo della sua storia. Invece gli architetti adeguarano il progetto alle necessità degli scavi. L'archeologia adeguò i suoi tempi alle necessità dell'edilizia. Come ha detto a Giorgio Napolitano in privato Giulia Maria Crespi, che del Fai (Fondo italiano per l'ambiente) è l'intramontabile spirito guida, la Sardegna è un giacimento culturale di valore universale che rischia di svanire nell'insipienza collettiva. Quella "selvaggeria" ancestrale che ha pesato negativamente su tutta la sua storia in pochi anni si è trasformata in una opportunità. Altro che "Sardegna colonia". C'è una nuova verità con cui la politica e la cultura possono misurare il loro grado di responsabilità: la Sardegna è uno dei luoghi in cui il paesaggio rivela tutta la sua natura di bene culturale. Il colpo d'occhio sulla foresta di Gutturu Mannu o anche l'oliveto di Villa Massargia, S'Ortu Mannu, può provocare lo stesso stordimento intellettuale, il medesimo godimento romantico del Foro romano visto dall'alto del Campidoglio.