"La furia dei cervelli" Così l'Italia umilia i lavoratori del sapere

DALLA PRIMA PAGINA di Marcello Madau Si apre un baratro fra il muoversi di questo grande serpentone di lavoratori della conoscenza e le algide misure governative, italianeuropee, che indeboliscono i diritti sociali, le tutele, le possibilità, a iniziare da quello che è la madre di tutti i diritti: l'esistenza. Allora la suggestione del Quinto Stato, e l'interessantissima analisi storica che gli autori gli dedicano, è davvero alta. Perché nessuno tutela davvero questo diritto, forse perché non lo coglie. La conoscenza assume dimensioni di massa con le primissime generazioni nate dopo la guerra, gli accessi all'Istruzione pubblica nel declinare degli anni Sessanta. Dieci anni dopo inizia un corto-circuito con il lavoro industriale e la fabbrica fordista. Non è solo esito dei processi storici del capitalismo, quanto la scoperta molto concreta della qualità dell'esistenza, del suo tempo stesso e del sapere come mezzi di produzione. La voglia di prenderseli… quella voglia di autonomia che si intreccia con il concetto di indipendenza, ambedue discusse e analizzate storicamente. Federico Zappino, che è dottorando presso la Scuola di dottorato in Scienze sociali dell'Università di Sassari, in una recensione apparsa sul 'manifesto sardo' (16 novembre 2011), parla di un "trattato salutare, che si propone di regolare la correzione degli occhiali del lettore, e di una "precarietà che, con buona pace di chi la ritiene un'analisi superficiale, irride spensierata qualsiasi ottimismo della modernità politica riposto nel progresso economico e morale, nei diritti, nella libertà: anzitutto quello relativo al 'governo delle leggi' e non al 'governo degli uomini'". Oggi danno i giovani, in Italia, disoccupati al 31%. In Sardegna sono molto di più. Cervelli in fuga e infuriati, cervelli che operano nella cultura e nello spettacolo. Che chiedono lavoro e diritti. Che hanno bisogno di questi, come di rappresentanza. Che praticano forme di auto rappresentanza. In Sardegna temi del genere di fatto sono pane quotidiano. Da noi il lavoro legato alla conoscenza, al tempo libero, ai saperi potrebbe avere - e già vede - sviluppi di grande interesse. Non mi riferisco solo alla possibile 'ricchezza' economica, anche a qualcosa di più radicato e intimo che investe la qualità della vita. Ripartire da se stessi. E da poco - ad esempio - l'autorganizzazione dei lavoratori della conoscenza costruisce pratiche di unione e solidarietà, come suggeriscono le azioni di archeologi, demoantropologi, archivisti e bibliotecari e l'annullamento di strani concorsi! Ci sono alternative fra 'talento' e 'merito', come si domandano Ciccarelli e Allegri? Come sfuggire alla pratica retrò e superata degli ordini, eppure tutelare la propria formazione, inserendola in una nuova idea di società solidale? Come e perché "creare reti"? Temi intensi, scottanti, che vanno verso la temutissima rivoluzione dei beni comuni, mentre le forze dirigenti cercano di trasportare la crisi del 'pubblico' verso il privato. È quindi segno di grande sensibilità che l'Ateneo sassarese e in particolare la direttrice del Dipartimento di Scienze politiche, Scienze della comunicazione e dell'Ingegneria dell'Informazione, Antonietta Mazzette, mettano a disposizione uno spazio ospitale di discussione e confronto, includano questo dibattito. I due ambiti proposti, l'Università e un centro culturale come l'Ex-Q hanno un senso circolare e non alternativo. L'Ex-Q ha in corso una rosa di eventi - tra i quali questo - all'interno della sua "Holy Week for Job in Sardinia" / "Settimana santa per il lavoro in Sardegna"; il continuum che vi proponiamo è quello di uno spazio allargato di discussione che si pone al servizio delle associazioni e dei soggetti che hanno aderito: librerie autonome e coraggiose come Odradek, come Libreria Azuni. Antenne e soggetti attivissimi nella società civile come l'ARCI e il MOS; la FLC della CGIL, archeologi (ANA Sardegna), artisti, storici dell'arte, associazioni culturali. E, da ultimo, la solidarietà a 'il manifesto'. Luogo autonomo di elaborazione dei saperi, rischia di chiudere ma vuole sopravvivere trasformando la sua storia. Non arriva quasi più in Sardegna. Aerei annullati e costi non sopportabili di stampa. Verrà perciò avviata una focale di attenzione, una sottoscrizione in abbonamenti (favorevoli per le isole, che soffrono simili problemi). Roberto Ciccarelli del "manifesto" è vivace collaboratore. Il "manifesto sardo", che promuove l'evento, lancia in questo campo un'azione solidale. Vorrei chiudere ancora con la citata recensione di Zappino: "È il 2035 l'anno in cui, stando alle previsioni, il welfare italiano verrà totalmente smantellato e, con esso, l'intera tradizione dello Stato costituzionale fondato sui diritti, anche sociali. In attesa dell'apocalisse, forse varrebbe la pena che classi dirigenti e intellettuali prendessero un po' più sul serio le, peraltro assai ragionevoli, istanze del Quinto Stato, spesso liquidate violentemente: riforma della gestione dei meccanismi di previdenza; maggiore senso di responsabilità; un'idea della cittadinanza fondata sulla possibilità, per gli individui, di intervenire sui meccanismi sociali che determinano il loro status.Perché farlo - scrive ancora - significherebbe mettere in luce l'obsolescenza, ormai, del nostro contratto sociale, l'unico in grado di porre i freni alle tanto vituperate 'pulsioni di morte' con le leggi e di garantirne il rispetto da parte di tutti. Perché farlo significherebbe rendere onore al posizionamento del vinto. Ammesso che ciò sia compatibile con gli interessi dei mercati".