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Egiziano minaccia di buttarsi dalla gru

 SASSARI. «Senza soldi non vado via, senza soldi non scendo. Da qui usciamo morti». Per due ore sospeso su una gru, Hassayn Sarhan, egiziano 54 anni, ha minacciato di lanciarsi nel vuoto perché da due mesi è senza stipendio. Come lui altri sei lavoratori - cinque connazionali e un siriano - operai specializzati venuti da Milano, per tutta la giornata hanno occupato il cantiere dove faticano dai primi di giugno. Attirati a Sassari da un connazionale che esegue alcuni lavori per conto di una ditta del Nuorese, in un gioco di subappalti dove loro sono le uniche vittime.
 Alle 8, a inizio turno, vicino al palazzo che contribuisce a tirar su, Hassayn ha dimenticato il dolore al fegato malato di diabete, fatto finta di avere cibo nello stomaco vuoto. È salito fino a una ventina di metri dell’impalcatura alta quasi il doppio, nel cantiere della NG Costruzioni in via Emilio Lussu, traversa della centrale viale Umberto. «Non mi pagano da due mesi, non so come sfamare i miei cinque figli. Se il capo non ci dà quanto ci deve, da qui usciamo morti», urla ai vigili del fuoco, al personale del 118, agli agenti delle Volanti, lì sotto per convincerlo a tornare sulla terra ferma.
 In Sardegna è arrivato il 5 giugno assieme a sei operai specializzati come lui (cinque connazionali e un siriano) e da allora scrive su un foglio le ore - 8 al dì - lavorate da carpentiere, ma non pagate. «Mi devono tremila euro. Perché sono qui senza i miei soldi?», si chiede chi campa convinto che la fatica debba portare, sempre, da mangiare. «E invece ci hanno lasciato senza cibo, senza un euro», tutti in un bilocale da 40 metri quadri in viale Umberto. Kamal Abdelsattar Saleh Ahmed, 32 anni da Fayoum - 100 chilometri dal Cairo -, è il più agguerrito. Anche lui è finito in Sardegna con la promessa di un lavoro a 15 euro l’ora, apparentemente in regola. Ha la partita Iva, il permesso di soggiorno come i colleghi, e l’arte nelle braccia. «Faccio il muratore a Milano, da quando sono arrivato in Italia 10 anni fa, ma una cosa del genere non mi era mai capitata». Mai un giorno di disoccupazione per Kamal, attirato a Sassari dall’“imprenditore” Alaa Aliabd El Ganeabd, egiziano, titolare della ditta Mido 2010. È quest’uomo che gli ha fatto firmare un contratto dattiloscritto, a tempo indeterminato, che però alla Cassa edile del Nord Sardegna non risulta aver mai pagato un euro di contributi. «Ci ha detto che siamo assicurati, ora però non ci credo più». La Mido fornisce le loro braccia all’impresa che esegue i lavori in via Lussu, la Nivola Giuseppe Srl di Orani, che opera in appalto per conto della Ng Costruzioni, famiglia Gallo, proprietaria del palazzo. Il loro datore di lavoro, quindi, è il loro connazionale. Gli altri imprenditori dicono di non sapere nulla. Il direttore Christian Gallo ha capito «che c’era qualcosa che non andava solo lunedì. «È sparito, ha preso i soldi da Nivola, l’appaltatore, e poi non ci ha pagati», rivela Kamal. Per Alì El Din Awad, 37 anni, la situazione è chiara: «L’egiziano ci ha fregato, è tutto finto. I documenti e pure la sua azienda», azzarda ipotizzando l’esistenza un consulente connivente che da qui avalla lo sfruttamento del lavoro nero. Forse perché di cantieri ne ha visti tanti, a Milano, Firenze, Roma. Pure nell’Aquila del post terremoto. Anche lui come Kamal è «venuto col mare», su un barcone dalla Libia, senza documenti. E a Quarto Oggiaro, periferia milanese, si è costruito una vita simil-borghese. «I miei amici sono italiani, tutti gentili. Piuttosto i nostri connazionali hanno imparato cos’è il caporalato», dice in un buon italiano frutto anche di studi che porta avanti tra una partita di calcetto con gli amici milanesi e una giornata di lavoro a fare muri in cartongesso. Il più giovane del gruppo in protesta ha 20 anni, si chiama Ahmed Eid Abd Sakran, a 17 sbarcò a Lampedusa dopo un viaggio della speranza. Ora indossa mastodontiche Nike, jeans scoloriti, t-shirt verde brillante, e guadagna bene per un ragazzo della sua età. «Ma ha sei fratelli in Egitto, i genitori non lavorano e fra un po’ c’è il Ramadan: servono soldi», traduce Alì.
 Dopo due ore, poco prima delle 10, Hassayn convinto dal caposquadra dei vigili Marco Canu che sale su a prenderlo e dall’agente Roberto Chessa, scende dalla gru. Ma promette: «Se non mi pagano, risalgo». Ha capogiri, è debole perché a digiuno e non toglie la mano dalla pancia dolorante. Eppure rifiuta di andare all’ospedale in ambulanza. «Resto qui, non m’importa di niente», dice cocciuto. Non sa con chi prendersela. Restano tutti i sette operai in protesta fino al pomeriggio, quando Christian Gallo arriva e promette: «Troveremo una soluzione». Gli fa eco Angelo Nivola, l’imprenditore che ha ingaggiato gli operai attraverso l’imprenditore egiziano e dice di non aver mai capito l’andazzo. «Lunedì gli ho dato un assegno da 15 mila euro, non sapevo che non pagasse gli operai». Non è chiaro se abbia mai visto documenti che attestino la regolarità delle assunzioni. Il rappresentante della Filca Cisl, Luca Scanu, offre aiuto ai migranti e fa i primi controlli: «Sembra che siano in nero». È l’amara sorpresa.

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