La sinistra letteraria sudamericana esprime Marquez, la nostra Camilleri

Cito da Elogio della lettura e della finzione, il discorso tenuto da Mario Vargas Llosa il 7 dicembre 2010, in occasione del conferimento del premio Nobel per la Letteratura, ora tradotto da Einaudi: «Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita, cosi come scrivere. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e forse senza saperlo, che la vita cosi com'è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto. E che dovrebbe essere migliore».
Sarà cosi? L'osservazione è suggestiva, ma rivela un tratto che resta tipico degli scrittori sudamericani, anche di quei pochissimi che, come il grande Vargas Llosa, militano nel campo del conservatorismo liberale (con addirittura un'esperienza di candidatura politica), per niente attratti dal mito castrista. Quale tratto? Quello che si traduce nel connubio di letteratura e rivoluzione: poco importa che qui la protesta, da sociale, sia diventata metafisica. E' un male? Ognuno potrà rispondere da sé: mi limito ad aggiungere che un'idea di questo tipo ha vaccinato i grandi sudamericani da ogni tentazione di evasione. Se la sinistra letteraria sudamericana ci ha dato Marquez, quella italiana, purtroppo, Camilleri. A ciascuno il suo.