I nomi dei martiri sostituiti da quelli dei loro carnefici

Segue dalla prima


di Massimo Onofri
Tutti protagonisti del Risorgimento, torreggianti «ad ogni passo» nei centri delle città, mentre invece la plebe verminava e marciva affamata, stramazzando. Beato il popolo che non ha bisogno di monumenti: diceva quel famoso poeta e drammaturgo. Eppure oggi, in qualche piazza del ricco Nord, le statue degli eroi, soprattutto di Garibaldi, incrostate dallo sterco dei piccioni, vengono rimosse tra la soddisfazione, se non lo scherno, degli amministratori locali in camicia verde, mentre i nomi dei padri dell'unità d'Italia, ma anche della Repubblica nata dalla lotta partigiana, sono sostituiti, sulle targhe di marmo delle vie, da quelli dei loro nemici e carnefici.
La domanda s'impone naturale: che ne è della Resistenza, dopo anni di revisionismo storico, quando si è arrivati a mettere in dubbio persino l'esistenza dei campi di sterminio? Nessuno, certo, può negare la rapida e euforica mitizzazione di quei fatti, che portarono alla sconfitta dei nazifascisti: com'era del resto politicamente inevitabile. Ma il valore e la verità della Resistenza restano ancora vincolanti per noi?
Anche la letteratura ha dato il suo edificante contributo di retorica, occorre dirlo, con zelo quasi didattico e passione manichea, nella demarcazione assoluta tra bene e male, nella contrapposizione tra i feroci, inumani, nazifascisti, e i partigiani, belli di fama e di sventura, circondati dalla solidarietà d'un intero popolo: basterebbe pensare a due romanzi, che ebbero molta fortuna quando furono pubblicati: «Uomini e no» (1945) di Elio Vittorini, forse il primo sulla Resistenza, e «L'Agnese va a morire» (1949) di Renata Viganò. Bisognerà subito aggiungere, però, che è proprio dalla letteratura - la vera e grande: quella implicata in tutte le ambiguità della vita - che arrivarono presto le prime importanti revisioni (ben altra cosa dai revisionismi ideologici e in malafede di cui sopra).
Cito in successione: «Il sentiero dei nidi di ragno» (1947) di Italo Calvino, dove l'assunzione del punto di vista di un bambino consentiva di restituire la lotta partigiana dentro una luce di favola, ma anche nei suoi aspetti di ribalderia. Poi: «La ragazza di Bube» (1960) di Carlo Cassola, che portava alla ribalta un tipo d'uomo, manesco e sanguigno, partigiano soltanto per le circostanze, mentre avrebbe potuto diventare, e con la stessa risolutezza, anche fascista, solo avesse voluto il caso.
Infine: «Una questione privata» (1963: ma postumo) di Beppe Fenoglio, là dove l'eroismo di Milton nel tentare di liberare l'amico dalle grinfie dei nazifascisti ha invece - ma solo il lettore lo sa - inconfessabili e non nobili ragioni personali.
Mi sono sempre chiesto se la letteratura, salvaguardando il piano delle ambivalenze emotive che le è proprio, possa essere pedagogicamente in grado di dar conto del fatto che, se ci furono eroismi e ignobiltà in entrambe le file di combattenti (pensate, paragonata alla viltà del duce in fuga con l'uniforme tedesca, alla morte eroica di Pavolini), sul piano dei valori fu invece solo una parte ad avere fortissimamente torto.
E la parte - non ho alcun dubbio - non fu certo quella in cui militarono i partigiani: abissale risultando - oggi anche agli eredi di Mussolini - la differenza tra libertà democratica e dittatura. Me lo sono chiesto, rispondendomi di si, anche leggendo il poemetto, bello e atroce, laicamente solenne, di Emilio Zucchi pubblicato da Passigli, significativamente intitolato «Le midolla del male» inaspettatamente dedicato, con disposizione direi quasi foscoliana («Arno, padre dei carmi»), alla memoria di Benedetto Croce.
Un poemetto in cui la contrapposizione tra bene e male resta netta, senza zone grigie, senza mai rinunciare, però, a tutte le complicazioni della verità, quelle che rendono ogni vicenda umana, anche la più efferata, misteriosa e degna di essere raccontata. Una contrapposizione che assume, in un polo, le fattezze di Pietro Koch, il torturatore fascista della Rsi di Villa Triste che terrorizzò Firenze e Milano, e, nell'altro, quelle della sua vittima Anna Maria Enriques, di padre ebreo (docente universitario anche a Sassari, per altro) e madre cattolica, la quale dall'aldilà, nell'ultima sezione, si rivolge cosi a Koch, perdonandolo, nella speranza che il suo ultimo atto, quando inaspettatamente si consegna ai suoi nemici in cambio della liberazione di Tamara Cirri, il «suo nuovo amore», lo abbia salvato: «Ora prego per te, perché quel gesto/in te sia stato amore,/e non superbia, vanagloria. Infame/e ripugnante ti ricordo; eppure,/io spero che alla tua interiore tenebra,/smisurata di male,/d'amore una scintilla sia sfuggita/eternamente. Pietro,/io spero quel bagliore, propagandosi/fino alla foce attonita del tempo,/lampo d'eternità, lampo, divenga,/nullificando il tuo inferno. Io ti aspetto».
Si capisce bene perché questo intensissimo poemetto abbia avuto ottima critica, a partire dalla prefazione di Giuseppe Conte, per arrivare sino a Alberto Bevilacqua del Corriere e a Paolo Mauri di Repubblica. Impressionante, intanto, il freddo estetismo della crudeltà di Koch: quando, del resto, a riprenderne con la cinepresa la fucilazione - mentre «impassibile,/e pettinato, si assesta la piega/dei pantaloni» - è il giovane Luchino Visconti, alle torture scampato per intercessione dell'attrice Maria Denis.
Un poemetto che ha alle spalle il Pasolini di Salò o le centoventi giornate di Sodoma (1976), ma della violenza non fa spettacolo. Ne fa, invece, anatomia e monito per il futuro: «Pendono partigiani dai lampioni/nel freddo di febbraio. Bianchi oscillano/al passaggio dei tram». Ma è una pietà infinita quella che spira in questi versi. Nella consapevolezza che il male non è mai banale. E che anche l'infame storia di Koch ha radici profonde nell'umano, non nell'inumano: mentre proietta quella vicenda storica dentro verità che sono anche, e soprattutto, di metafisica.