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«Siamo un milione, Berlusconi vattene»

 ROMA. Dal Nord al Sud Italia, Isole comprese, centinaia di migliaia di donne, ma anche di uomini, hanno invaso piazze e strade di oltre 230 città per chiedere «più rispetto e libertà per i diritti delle donne». L’adesione alla manifestazione nazionale, che in realtà ha valicato i confini della Penisola, ha superato ogni aspettativa arrivando a contare, secondo gli organizzatori, più di un milione di persone in tutto il mondo.
 Al grido di “se non ora, quando?”, slogan dell’iniziativa, le donne hanno chiesto le dimissioni del premier Silvio Berlusconi. Un unico coro indignato da Milano a Palermo, da Trieste a Cagliari, passando per Firenze, Padova, Pescara, Torino, Venezia, Genova, Bologna, Bari, Pescara. Nessuna bandiera di partito nè di sindacato, politici presenti ma mescolati tra la folla ed esclusi dagli interventi sul palco. Perchè quella di ieri era soprattutto la voce di protesta della gente.
 A Torino, dove ha sfilato uno dei cortei più colorati, piazza San Carlo non era così affollata dai tempi delle storiche manifestazioni del Primo Maggio. A Pesaro la mobilitazione si è aperta con lo striscione “siamo stufe di mantenere una classe dirigente venduta e comprata”. E mentre a Venezia uno studente ha dedicato una “lettera a Ruby” che cominciava con «preferiamo chiamarti Karima», ad Imperia hanno lanciato un appello a Belen e Canalis perchè dal popolare palco di Sanremo sostengano la “dignità della donna”.

di Maria Rosa Tomasello
 ROMA. «Hanno sottovalutato la forza delle donne, nessuno ci credeva: abbiamo cominciato in tre o quattro, e guardate quante siamo. Adesso non finisce qui». Sono le 17.30 quando la folla si scioglie e la regista Cristina Comencini, una delle anime dell’iniziativa, lascia piazza del Popolo dopo essersi scatenata sul palco con una vecchia canzone di Patti Smith, «People have the power». Il popolo ha il potere. Ballano su «Respect» le ragazze di oggi e di ieri, da Susanna Camusso all’attrice Lunetta Savino, mentre attorno centomila persone non accennano ad andarsene, come se qualcosa dovesse ancora accadere. Ma qualcosa è già accaduto. Lo dice convinta Anna Finocchiaro, capogruppo dei senatori del Pd, che con la presidente Rosy Bindi rimane nel retropalco perché questa è una manifestazione senza colori e che, ammettono le organizzatrici, è stato faticoso strappare ai tentativi di appropriazione: «È una di quelle giornate che resteranno nella politica italiana, le donne hanno capito che si può fare massa critica». Ci sono, ma restano al di là delle transenne i politici uomini, da Pierluigi Bersani a Walter Veltroni, a Oliviero Diliberto.
 È un risultato che, a Roma come altrove, va al di là di ogni previsione, contro le stime delle forze dell’ordine che alla vigilia indicavano «poche migliaia di persone». Quattro generazioni si assiepano sotto il palco, intere famiglie, gruppi di amiche, coppie, studenti. Donne e uomini, insieme. Se c’è una trasversalità, più che politica è generazionale. Una donna mostra un cartello: «Silvio, dove sei? Qui c’è tanta gnocca». Su decine è scritto: «Berlusconi dimettiti». Un coro intona il «Dies Irae», la gente invade le strade limitrofe e si affolla sulla terrazza del Pincio, dove con un flash mob i ragazzi srotolano un gigantesco striscione: «Vogliamo un Paese che rispetti le donne». Poi, al via di Isabella Ragonese dal palco, alle 14.45, per un minuto e mezzo sulla piazza scende un silenzio irreale. L’attrice lo spezza con una domanda che è un urlo: «Se non ora quando?». «Adesso» risponde la gente con una sola voce sollevando le braccia. Un grido liberatorio: «Adesso».
 È il giorno dell’orgoglio femminile, ma anche un forte segnale politico: «Le donne sorprendono sempre» dice l’attrice Angela Finocchiaro citando Monica Vitti. A lei spetta condurre la seconda parte della manifestazione e dare i numeri: «Che non sono “90-60-90”» scherza, «ma centomila a Napoli, 20 mila a Palermo, difficile muoversi a Torino». «Non c’è moralismo» chiarisce tra gli applausi Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera, «ma i festini hard non possono diventare il criterio per selezionare le classi dirigenti». «La misura è colma» scandisce il segretario della Cgil Susanna Camusso, «noi non siamo di serie B e quindi dobbiamo dire che il Paese che vorremmo è quello che rappresentiamo noi». Dal retropalco, Rosi Bindi replica al ministro Mariastella Gelmini che parla di piazza «radical chic»: «Farebbe bene ad ascoltare: questo è un movimento che non si fermerà». Accolta dagli applausi, prende la parola suor Eugenia Bonetti, da anni impegnata contro la tratta delle donne, che invita: «Dobbiamo riprenderci la dignità». «Bentornate» saluta Alessandra Bocchetti, storica figura del movimento femminista, invitando le donne a non indietreggiare davanti alle sfide. «In tutte le piazze siamo un milione» annuncia Finocchiaro, e la folla esplode. «Non si può far passare neppure il sospetto che i ruoli pubblici possano essere oggetto di scambio di favori sessuali» avverte Katiuscia Marini, governatrice dell’Umbria. «Da qui non si torna indietro» conclude emozionata Francesca Izzo, stratega dell’evento, nato dall’associazione «Di nuovo», mentre un gruppo di manifestanti parte in direzione di Montecitorio per un corteo-lampo che mette in subbuglio le forze dell’ordine. «Ci rivedremo l’8 marzo, poi ci impegneremo per costruire gli Stati generali delle donne».

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