La deriva di Gavino Sale


Era normale lo spazio sui media con i quali da sempre lui ha un felice rapporto di seduzione. Non è un segreto che gli piacciano i microfoni, le telecamere, le macchine fotografiche, e loro in lui riconoscono l'istrione magnetico, il dono della frase colorita e la gestualità ispirata. E' simpatico Gavino, e lo sa. Però non c'è la simpatia di Gavino dietro il progetto politico che ha convinto molti a dare fiducia all'indipendentismo. C'è invece l'intuizione di tre giovani uomini che elaborarono 10 anni fa i fondamenti del sogno civile che alle ultime elezioni ha preso 30 mila voti sotto il simbolo di Irs. Le facce di Frantziscu Sanna, Franciscu Sedda e Franciscu Pala sono meno note di quella di Sale, perché è gente che non fa il politico di professione e ha studio e lavoro a cui stare appresso. Ma ci sono loro a capo del progetto indipendentista che ha vinto le resistenze di quelli come me, diffidenti verso tutto quello che sa di demagogia e facile populismo. Sono loro ad aver portato i temi dell'autodeterminazione vicini a chi studia, viaggia, legge, lavora e naviga, e infatti la base di Irs è fatta in gran parte da giovani, i sardi del futuro.
Irs è un movimento che è nato intellettuale, cioè è nato da una riflessione complessa e non semplicemente da una indignazione di pancia, luogo impolitico da dove salgono solo le flatulenze. Gavino Sale, che veniva da tutt'altro percorso, ha avuto l'intelligenza di capire che c'era un tesoro nell'entusiasmo di quei tre laureandi pieni di buone idee, e gli si è unito. Finché è bastato, Irs si è autogestito senza troppe strutture; ma per non soffocare in culla durante la crescita il movimento aveva bisogno di una organizzazione più democratica. Ai gruppi piccoli bastano dinamiche minime, ma i soggetti politici complessi non possono essere gestiti carismaticamente alla viva il parroco, perché dietro l'acclamazione di un consesso in apparenza 'circolare" si può celare un inamovibile vertice dirigenziale. Fortunatamente la nuova struttura varata un anno fa ha distribuito su tutto il territorio competenze e responsabilità che fino a quel momento erano in mano al gruppo dirigente originario, e il risultato è stato nell'esplosione dei consensi.
Era la fine della gestione familiare di Irs e io ne sono stata felice, ma a leggere Sale mi rendo conto che lui non lo era altrettanto. E' comprensibile: a chi è abituato al decisionismo carismatico, il meccanismo elettivo non può piacere da subito, ci vuole tempo. Ma questo disagio non si attenua tornando indietro ad un 'esecutivo nazionale di transizione, formato da 10 figure individuate nei territori". La transizione c'è già stata ed è servita proprio a passare dall'individuazione dall'alto al voto dal basso: questo processo si chiama democrazia. I risultati lasceranno sempre una minoranza di scontenti, ma è per questo che abbiamo combattuto, disse Winston Churchill quando gli inglesi dopo la guerra non lo rielessero. Invece in questo anno anche un sostenitore esterno come me ha potuto vedere un Gavino Sale sempre in concerto per voce sola, che esprimeva pubblicamente più di una volta posizioni in grave contrasto con quelle ufficiali del movimento.
Il primo frutto utile della nuova organizzazione è stato quello di aver fatto emergere la differenza tra chi aveva sempre deciso da solo e chi voleva procedere facendo la fatica di decidere insieme. Un mese fa c'è stato l'apice di questa crisi, quando sei membri del gruppo dirigente eletto hanno rimesso il loro mandato nelle mani dell'assemblea, stanchi dei continui tentativi di delegittimazione. Non si è trattato di critiche politiche mal accette, ma del fatto che Sale, anziché esserne il garante, discuteva da mesi un metodo che è ormai parte costitutiva della vita del movimento, cercando in ogni modo di invertirlo.
In questi mesi mi sono chiesta spesso perché Gavino non facesse un uso più dignitoso della carica di presidente, ergendosi a babbu mannu in questa delicata transizione e lasciando il compito politico alla nuova generazione eletta dalla base, come hanno fatto gli altri fondatori. La risposta alla luce dei fatti può essere solo una: Gavino Sale non ha nessuna intenzione di lasciare che i meccanismi elettivi possano in qualche modo impedirgli di essere il leader, anche se questo significa delegittimare la decisione di un'assemblea di attivisti consapevoli. Quando afferma che 'non sono gli incarichi a fare di qualcuno un leader", sta dicendo che per lui non c'è democrazia che tenga. Non è quindi questa una divergenza tra intellettuali e populisti, un conflitto inesistente tra testa e pancia, ma tra chi ha scelto di arrivare ai risultati con un metodo democratico e chi non vuole assolutamente vedersi esautorato dal voto interno. Gavino Sale non intende andare davanti all'assemblea nazionale dei duecento attivisti, perché sa che hanno visto perfettamente di cosa è capace quando teme di perdere potere. La sua proposta di allargare smisuratamente il numero dei votanti mira infatti a ribaltare gli equilibri interni dando diritto di voto a persone impreparate che non hanno la minima idea di cosa abbia voluto dire nell'ultimo anno cercare di arginare le sue derive personalistiche, giocate spesso in spregio di ogni decisione comune. Sono ormai diversi anni che ho messo il mio nome e la mia visibilità a servizio del progetto indipendentista di Irs, e fino ad ora non me ne sono mai dovuta pentire. Solo nelle dittature non nasce mai dissenso, e quindi quello che sta accadendo lo considero fisiologico alla crescita del movimento. Come tutti i sostenitori attenderò le decisioni dell'assemblea nazionale, ma mi auguro che il risultato non ci porti a scoprire che fino a questo momento abbiamo solo scherzato, perché io non scherzavo affatto.

Michela Murgia