Cento scatti sulla follia Uno sguardo ritrovato nell'ospedale di Rizzeddu

SASSARI. Sono per molti aspetti straordinarie le immagini della mostra «Uno sguardo ritrovato», che si apre oggi a Sassari in via Turritana. La prima ragione è che si tratta di foto che documentano la vita in un reparto di manicomio - si tratta dell'ospedale psichiatrico di Rizzeddu, a Sassari - scattate nel 1973 da un fotografo professionista internato, e questo fatto è unico nel panorama, ormai vasto, dei fotografi che hanno documentato e analizzato il manicomio. Ma è anche straordinaria la storia di queste foto e ancora di più il contesto in cui sono nate.
E la catena di fatti e di relazioni che le ha fatte tornare alla luce dopo quasi quaranta anni.
Dell'autore sappiamo assai poco, non il nome ma la professione e il paese: era francese e faceva il fotografo, era stato da qualche parte in Indocina a seguire la guerra, poi era andato per qualche tempo non si sa perché a La Maddalena, qui gli avevano rubato le macchine fotografiche, delle preziose Hasselblad, e lui si era perso, arrivando infine con un ricovero coatto nel manicomio di Rizzeddu.
Questo centinaio di scatti sono stati fatti probabilmente in una settimana di primavera del 1973. Ma com'era riuscito questo giovane ad avere a disposizione in manicomio una macchina fotografica, il permesso di usarla e una camera oscura in cui sviluppare i rullini?
Dobbiamo tornare indietro, alla fine del 1971, quando una dozzina di studenti della facoltà di Giurisprudenza erano entrati nel manicomio di Rizzeddu per fare un'esperienza di ricerca sotto la guida del professore di sociologia, Gian Antonio Gilli, e con il tutorato di una laureanda che poi era chi scrive. Il piccolo gruppo era rimasto segnato dal dolore e dall'assurdità del manicomio, e mentre faceva interviste e raccoglieva dati aveva cominciato a darsi da fare: riunioni, piccole feste, giochi di carte e di pallone, telefonate alle famiglie dei ricoverati, qualcuno che otteneva il permesso di uscire per un caffè. Poi a febbraio del '72 c'era stato un durissimo sciopero degli infermieri, il nostro gruppo era riuscito a far venire Franco Basaglia in quel manicomio che l'Espresso aveva definito «la fossa dei serpenti», e con la fine dello sciopero e i contatti tra il presidente della Provincia di Sassari e quello di Trieste, dove allora Basaglia lavorava, era iniziata una fase nuova.
Restavano la paura e le opposizioni del direttore del manicomio e dei primari, ma c'erano infermieri, giovani e anche anziani, che invece volevano essere qualcos'altro che guardiani, c'erano medici giovani che sapevano delle esperienze nuove che si facevano in altri manicomi italiani, e cosi il piccolo gruppo di studenti era diventato un punto di riferimento, e anzi con il nuovo anno accademico si era rafforzato con i nuovi studenti guidati da Luigi Bua, che aveva iniziato a collaborare con la cattedra di sociologia. Bua è appassionato di fotografia e quando il giovane francese gli dice di essere un fotografo non pensa che questo sia un elemento del suo delirio ma gli presta la sua macchina fotografica, lo sostiene nella richiesta del permesso di fare foto e lo porta poi a sviluppare i rullini nella sua camera oscura, che era il bagno di casa. Dopo qualche tempo arrivano i familiari del giovane che lo riportano in Francia, in manicomio. Bua perde le tracce di quest'uomo e le sue foto si perdono nel fondo di un cassetto. Come e perché siano riemerse oggi è un'altra storia ancora che, come una matrioska, contiene le prime due, ed è storia contemporanea.
Protagoniste sono questa volta un gruppo di studentesse e due insegnanti dell'Istituto tecnico per le attività sociali «Salvator Ruju» di Sassari, che partecipano a un progetto, i «Laboratori di cittadinanza», che da alcuni anni la Fondazione Basaglia promuove in diverse città. L'idea è di far lavorare insieme studenti delle medie superiori e utenti dei servizi di salute mentale alla realizzazione di prodotti che con mezzi diversi - scritti, video, testi web, foto, canzoni ecc. - affrontino la tematica dei diritti e della salute mentale. Alle spalle c'è la convinzione che la democrazia abbia bisogno di esercizi di convivenza oltre che di regole e procedure condivise: di qui lo slogan, «Incontri ravvicinati», che è anche il titolo delle manifestazioni che presentano i risultati dei vari Laboratori (a Roma, il prossimo 9 novembre, si terrà nell'aula magna della Sapienza l'incontro nazionale dei laboratori 2010).
Il laboratorio di Sassari, che ha presentato i propri risultati lo scorso 26 marzo in un seminario promosso e ospitato dalla Provincia nella sala Angioy, era incentrato su un'inchiesta sui servizi di salute mentale, sui problemi di chi li usa e su quelli di chi vi lavora. L'inchiesta ha richiesto qualche passo indietro, agli anni in cui Sassari aveva scoperto il suo manicomio e aveva cercato di andar oltre. Cosi, nella ricerca di testimoni e documenti degli anni '70, è riemerso lo sguardo del fotografo francese senza nome. Le sue foto e la loro storia hanno affascinato tutti, ma ci hanno anche consegnato due compiti non da poco. Uno, forse il più facile, è quello di ritrovare il nome di questo fotografo, la sua storia e lui stesso. L'altro è quello di ritrovare quello sguardo che una parte della società, certo minoritaria ma tutt'altro che irrilevante, ha indirizzato per molti anni verso il manicomio e i suoi sintomi, stimolata da operatori che volevano cambiare. Oggi rischiamo di non saper più riconoscere quei sintomi, o forse guardiamo altrove per disperazione o per convenienza.