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I sacerdoti del Novecento pastori e intellettuali tra le miserie della guerra

Sacerdoti, certo. Votati alla “cura animarum” come usa con i preti. Ma soprattutto persone che - sotto la spinta della Rerum Novarum di Leone XIII - vivevano e soffrivano la povertà della Sardegna dei primi anni del Novecento. E che «non potevano annunciare il Vangelo se prima non collaboravano a costruire l’habitat umano». Come dire: meglio avere prima l’edificio scolastico, l’acquedotto, per la chiesa si vedrà. Leader politici, programmatori, sociologi dello sviluppo, insomma. Non solo. Poteva un parroco, un curato di campagna e di montagna, non rendersi conto delle stragi, dei delitti all’arma bianca che insanguinavano la Sardegna? Il vescovo Serafino Corrias, “figura di maggiore spicco dell’episcopato ozierese” a cavallo fra l’800 e il’900, vedeva Logudoro e Goceano devastati socialmente. In una lettera al Ministro dei Culti, nel 1872 scriveva: «Ho trovato paesi lacerati da intestine discordie, da odii privati, da ire antiche ed invelenite, altri dediti al vizio, al gioco, al malfare, dappertutto malcostume e se non perso certo illanguidito il principio dell’autorità e il rispetto alle leggi». Cita due paesi di faide, Ittireddu e Nughedu San Nicolò.

Brani tratti dalle 371 pagine che monsignor Tonino Cabizzosu, di Illorai, direttore dell’archivio storico della diocesi di Cagliari, racchiude in “Pastori e intellettuali nella Chiesa sarda del Novecento”. Lo fa da studioso, da esperto visto che è professore ordinario di Storia della chiesa alla facoltà teologica della Sardegna. È lui che con Francesco Atzeni dirige due collane: “Magistero dell’episcopato sardo” e un “Dizionario biografico”. Sono di Cabizzosu i tre volumi su “Ricerche socio-religiose sulla Chiesa sarda tra ’800 e ’900”. In questo nuovo libro (4 parti, 20 capitoli) emerge un secolo di storia sarda con venti ritratti di parroci con elevate antenne sociali. C’erano i sacerdoti-pastori che si occupavano di «evangelizzazione, istruzione scolastica, promozione su ambito rurale e agrario, educazione alla solidarietà». Il canonico Priamo Maria Spano, parroco di Escalaplano, il 18 luglio 1927, in pieno fascismo, ottiene dal ministero dell’Agricoltura un corso per potatori. Scriveva Spano: «Sono convinto dell’utilità di questo lavoro che assicura un meraviglioso cespite d’entrata alla Nazione, a questo popolo può fruttare oltre un milione all’anno, poiché innestando i 200mila olivastri che vegetano in questo territorio, producendo ogni pianta anche solo due litri d’olio, ne avrà 400mila litri che i quali venduti a solo lire tre ne avrà un milione».

Parroci che inizialmente inneggiano al fascismo ma non tardano a ricredersi. A Nuraminis c’è Attilio Spiga, nativo di Sestu. Gli sfollati arrivano a centinaia da Cagliari. Il 20 luglio 1943 un’incursione aerea devasta anche Monastir e Samatzai. Scrive: «Molte case ed alcune strade e piazze sono state inondate di pallottole perforanti ed esplosive». Cade il fascismo. L’orrore della seconda guerra mondiale. Anche i parroci si convertono: «Chi avrebbe creduto ciò? La più grande sventura si è abbattuta sulla povera Italia».
 Anni difficili. Con preti coraggio. Chiesa ma anche società. Fedeli ma anche gente comune. Nel Gerrei si distingue l’opera di Giuseppe Francesco Antonio Piga. Nasce ad Armungia. Lotta contro l’analfabetismo. Viene trasferito a Silius dove combatte un’altra battaglia: «L’era pessima che domina in Silius è il concubinaggio, male inveterato per l’esempio dato dai grandi negli anni andati». E la fede? Male. È la fine della prima guerra mondiale. Nel Liber Chronycus nel 1919 annota: «Il ritorno dei militari dalla guerra pare che abbia accresciuto maggiormente l’indolenza e l’apatia per i santi sacramenti»: Cabizzosu: «Insieme a lutti e sofferenze la guerra del 15-18 offrì anche uno stimolo: aprire gli occhi sul dinamismo della società internazionale».
 Nella prima parte si staglia la figura di Giovanni Ortu «uno dei più acuti pensatori del Logudoro e del Goceano negli anni ’60 e ’70 del Novecento». Nato a Dorgali nel 1928, morto a Ozieri nel 1994, pubblica nel 1968 un “Magistero dell’episcopato sardo”. Un contributo “originale e inconsueto”. Ortu entra nella schiera di parroci formatisi a Cuglieri che fa fare «al clero sardo un salto di qualità attraverso una formazione più consona ai nuovi tempi».

Da Cuglieri, afferma Cabizzosu, «uscì un clero isolano rinnovato nella preparazione intellettuale, disciplinare, pastorale». E Piga è «una delle figure più significative di quell’esperienza». Perché? «Recepì gli aspetti più significativi delle istanze teologico-pastorali che andavano proiettandosi sotto i pontificati di Pio IX e Pio XII» dando «attenzione al mondo agro-pastorale e all’emigrazione, promozione del ruolo della donna, divulgazione degli ideali artistici e culturali attraverso la stampa». Cabizzosu non ha dubbi: «In Ortu si potrebbe trovare in filigrana il travaglio della coscienza di un presbitero isolano che visse, con mazzolariana inquietudine, il trapasso da una ecclesiologia tridentina intrisa dei concetTi legati al sistema di cristianità, a quella del Vaticano II da lui anticipata durante gli anni di apostolato giovanile e nella maturità».

Di sacerdoti che hanno costruito la storia della Sardegna ce ne sono tanti altri: il lombardo Felice Prinetti che opera a Cagliari e che vuole «la promozione sociale della donna». E poi Giovanni Battista Manzella (Soncino di Cremona 1855- Sassari 1937), diventato sassarese nell’animo e nello spirito. E ancora Salvatore Vico a La Maddalena, Livio Urru a Desulo e monsignor Virgilio Angioni, leader della chiesa di Quartu Sant’Elena. Figure da giganti anche gli altri personaggi di Cabizzosu: il frate-archeologo Vincenzo Mario Cannas di Tertenia, Pietro Casu (Berchidda) che predicava in limba, Damiano Filia di Illorai, Agostino Saba di Serdiana e Felice Putzu di Selargius. L’ultimo capitolo è sui giornalisti. Bastano i nomi: Giovanni Battista Demelas (di Buddusò, parroco di Osidda), Gesuino Mulas, Giuseppe Lepori (Serramanna, direttore del Quotidiano Sardo), Flavio Cocco (Gairo, preside a Lanusei) e Francesco Brundu di Chiaramonti. Pagine da leggere. Quei preti-giornalisti non amerebbero la sintesi.