ARCHIVIO la Nuova Sardegna dal 1999

L’avventura di Carboni: dalla febbre del cemento fino alla morte di Calvi


 SASSARI. Beffardo contrappasso: Flavio Carboni ha sempre smentito la sua appartenenza alla massoneria. Ricorrendo spesso a battute al vetriolo come quando, in un’intervista che concesse nel 1993, disse: «Io massone? Ma figuriamoci, la massoneria italiana non è una cosa seria».
 E meno che mai ha accettato il timbro di piduista. «C’è una sentenza della Cassazione - ha detto anche recentemente - che certifica che io non ho mai fatto parte della loggia del sulfureo Licio Gelli». E invece oggi, ironia del destino, è finito in carcere proprio per la violazione della legge Anselmi sulle società segrete.
 L’avvocato dell’uomo d’affari sassarese, Renato Borzone, è molto netto: «Quello di Carboni è un arresto che si fonda sul nulla probatorio». Troppo presto per capire se ha ragione o meno e capire la reale consistenza della nuova bufera giudiziaria che ha investito Carboni. Ma sicuramente è un arresto che riporta sotto i riflettori l’incredibile avventura umana e professionale di un uomo d’affari che ha attraversato l’inferno dei più oscuri misteri italiani, uscendone quasi sempre indenne. Solo una volta, infatti, è rimasto impigliato nella rete di una condanna: 8 anni e sei mesi nel 1998 per il crack del Banco Ambrosiano. Per il resto, una valanga di accuse che sono però rimaste ipotesi, ombre, sospetti e suggestioni.
 La super porcilaia. Flavio Carboni nasce a Sassari il 14 gennaio del 1932, ma cresce a Torralba. Ancora giovanissimo, diventa portaborse di un deputato democristiano di Torralba, Giovanni Battista Pitzalis, figura di spicco al ministero della Pubblica istruzione, vicecapo di gabinetto del ministro Gonella. Ottiene anche un posto al ministero. Ma quel ruolo gli sta proprio stretto. E così si lancia nel mondo degli affari. Crea una casa discografica, ma con poca fortuna.
 Capisce subito che per il suo modo aggressivo di fare impresa bisogna coltivare rapporti e ottenere benevolenze da chi conta nel mondo della politica. Primo grande progetto: la costruzione di una mega-porcilaia a Suni. L’operazione però si arena presto, nonostante alcune potenti sponsorizzazioni e la perdita 200 milioni di lire.
 Anche per ingraziarsi i favori di alcuni politici democristiani, acquista il giornale Tuttoquotidiano, creato e abbandonato dall’Eni, che naviga in brutte acque. Fallirà infatti nel luglio del 1976.
 La scalata. È negli anni Settanta che Carboni comincia la sua irresistibile scalata. Intuisce che le coste sarde possono diventare uno straordinario campo di investimento. E così comincia ad acquistare terreni attraverso le società Isola Rossa spa e Costa dei corsi nella zona di Trinità d’Agultu e attraverso la Costa delle ginestre spa a Porto Rotondo. Il meccanismo è semplice: terreni agrari comprati per poche lire che diventano un tesoro una volta trasformati in aree fabbricabili. Per farlo, manco a dirlo, il meccanismo è quello delle buone conoscenze politiche. È in Gallura che fa un affare che lui stesso definisce colossale: dalla famiglia del giornalista Jan Gawronsky acquista 45 ettari per 150 milioni di lire. Incorpora i terreni nella Costa delle ginestre spa, poi cede le quote societarie al braccio destro di Berlusconi, Romano Comincioli.
 Il pallino per l’editoria però non lo abbandona. Acquista così il 37,3% delle azioni della Nuova Sardegna messo in vendita dopo il naufragio della Sir di Nino Rovelli. Il pacchetto di maggioranza va al Gruppo l’Espresso-Repubblica che, con gli anni, assorbirà il 100% del capitale sociale. Ma Carboni si muove anche per favorire un suo nuovo socio d’affari, un imprenditore rampante di Milano che farà parlare poi molto di se: Silvio Berlusconi. Riferisce infatti Beppe Pisanu, allora influente collaboratore di Benigno Zaccagnini, al pubblico ministro Dell’Osso che indaga sul crack del banco Ambrosiano: «Il Carboni si diceva interessato alle televisioni private in Sardegna: ciò in un’ottica di inserimento nella regione del circuito televisivo Canale 5, facente capo al signor Berlusconi di Milano. Il Carboni mi spiegò che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale 5 alla Sardegna, talché lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete televisiva sarda, Videolina».
 Il progetto Olbia-2. E ancora: «Sempre riferendosi all’oggetto delle sue attività, il Carboni mi disse di essere in affari con il signor Berlusconi anche riguardo a un grosso progetto edilizio di tipo turistico, denominato Olbia-2».
 Tra il marzo del 1980 e il luglio del 1981 scorre un fiume di danaro per l’acquisto di 10 milioni di metri quadri a nord e a sud di Olbia. Si parla di circa 21 miliardi di lire. Carboni si lascia travolgere dalla sua smania di bon vivre: compra uno yacht di 22 metri, il “Punto Rosso”, poi un altro, la Zingarella II, e addirittura prende in leasing un aereo privato, l’I-Kuna, che era stato dell’attore Bud Spencer. In questo periodo si sviluppa e si consolida il rapporto con Romano Comincioli (oggi commissario del Pdl in Sardegna) e con Berlusconi che conosce personalmente nel marzo del 1980 al Grand Hotel di Roma. I rapporti d’affari sono legati a una rete di società impegnate nell’immobiliare: Prato verde spa, Iscia Segara, Iscia Manna, Poderada, Su Ratale, Su Pinnone, Mediterranea, Immobiliare Sea, Punta Volpe e Sofint. Al Cavaliere vende poi il rustico di un’enorme villa sul mare che diventerà poi la conosciutissima Villa Certosa.
 Carboni comincia però ad avere problemi di liquidità e si rivolge al cosiddetto “credito privato”, cioé agli strozzini. Compaiono così personaggi come Domenico Balducci ed Ernesto Diotallevi, membri della “Banda della Magliana”. Una holding criminale, ribollente punto di incontro tra mafia, estremismo nero e servizi segreti deviati. Personaggi che, per avere il rientro dei crediti, pretendono di incamerare quote consistenti delle società di Carboni e di Comincioli. In quel periodo si insinua nelle società anche Pippo Calò, considerato il cassiere di Cosa Nostra.
 L’operazione Olbia-2 va però avanti. Carboni sa di avere bisogno di una sponda politica robusta in Regione. Riesce così a contattare l’allora presidente del consiglio regionale Armando Corona, repubblicano e futuro grande maestro del Grande Oriente d’Italia. Dirà poi Corona al pm Dall’Osso: «Conobbi il Carboni nel gennaio 1981. Mi parlò della sua attività e mi disse che intendeva presentarmi il signor Berlusconi Silvio, imprenditore milanese, che aveva interessi con lui ed era orientato a operare in Sardegna. Successivamente Carboni venne con il predetto Berlusconi... Apparivano soci nel progetto del quale parlavano».
 La valigetta di soldi. C’è qui un episodio mai chiarito. Il segretario di Carboni, Emilio Pellicani, parla infatti di un viaggio a Cagliari di Carboni, Berlusconi e Confalonieri e di una valigetta con 500 milioni in contanti. Parla di “bonifica” politica per l’operazione Olbia-2. Poi, però si rimangia tutto.
 È in questo periodo che Carboni, grazie al discusso Francesco Pazienza (regista del cosiddetto superSismi del generale Santovito e in buoni rapporti con la Cia e con lo Sdece francese), conosce il presidente del banco Ambrosiano Roberto Calvi. Comincia un rapporto molto intenso. Carboni cerca un fido per la sua società Prato verde in debito di ossigeno, mentre Calvi ha un bisogno disperato di tessere rapporti con il Vaticano per salvare la sua banca che rischia di collassare dentro un buco nero.
 La situazione precipita nel giugno del 1982. Calvi è disperato e fugge. Una fuga che si concluderà sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Carboni lo accompagna in quest’ultimo viaggio e sarà poi incriminato per omicidio. Una lunghissima storia giudiziaria conclusasi poche settimane fa con l’assoluzione dell’uomo d’affari sardo. Secondo la tesi dell’accusa, Calvi sarebbe stato ucciso perché si era impadronito di ingenti capitali appartenenti a Cosa Nostra e ad altre organizzazioni criminali. L’esecuzione, mascherata con una macabra messinscena in un suicidio, sarebbe stata affidata a manovalanza mafiosa.
 La fuga a Londra. «Tutti i miei guai sono cominciati con il caso Ior-Ambrosiano - ha detto in un’intervista -. E stata come una malattia, un contagio. Come un’inarrestabile reazione a catena che mi ha travolto». Ai giudici di Milano che lo processano per il crack dell’Ambrosiano, Carboni dice che il banchiere trovato morto sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra gli aveva promesso una somma colossale, 100 milioni di dollari, se fosse riuscito a fargli ricucire i rapporti con il Vaticano e con l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. E l’uomo d’affari di Torralba era stato capace di combinare un incontro fra Calvi e il potente cardinale Hillary Franco, braccio destro del presidente dello Istituto Opere Religiose, Paul Marcinkus. Ma Calvi non riuscì a ottenere ciò che voleva.
- Piero Mannironi