Il processo che non si sarebbe fatto


ROMA. Se la legge sulle intercettazioni fosse stata in vigore, il processo che riprende oggi a Roma contro don Ruggero Conti, parroco ed ex consulente del sindaco Gianni Alemanno, accusato di abusi sessuali nei confronti di sette ragazzi, non sarebbe mai cominciato.
Per ottenere il rinvio a giudizio del prete, il pubblico ministero Francesco Scavo e i Carabinieri, oltre a numerose testimonianze hanno infatti raccolto solide prove grazie a circa quattro mesi di intercettazioni telefoniche, ben oltre dunque il limite dei 75 giorni consentiti dalla legge Alfano. Con le nuove restrizioni in arrivo per le intercettazioni le indagini si sarebbero fermate molto prima.
Nel giorno di Pasqua del 2007, per esempio, i carabinieri registrano un sms di don Ruggero Conti a un ragazzino; «Vieni a pranzo da me, vieni che ti pago anche la benzina del motorino».
L'invito a pranzo o a cena, e la visione insieme di un film sul divano dell'appartamento del prete erano una consuetudine per i ragazzi poi molestati. Oggi, davanti ai giudici sfileranno gli ultimi due testi dell'accusa, tra cui proprio il ragazzo che fu invitato da don Ruggero nel giorno di Pasqua. I due, all'epoca dei fatti erano entrambi minorenni e nella loro testimonianza hanno raccontato, e dovranno ripetere in aula, le attenzioni subite. «Dopo - hanno raccontato - don Ruggero ci ricompensava con venti o trenta euro».
Sarà un'udienza molto calda. Il processo, finora, è stato seguito da numerosi tifosi di don Ruggero che non vogliono credere alle accuse, benché esse siano state rigorosamente documentate dalla pubblica accusa. Decine di persone si presentano puntualmente alle udienze indossando magliette con su scritte a favore del prete e all'esterno del palazzo di Giustizia vengono improvvisate manifestazioni a sostegno dell'imputato.
La difesa ha presentato al tribunale una lista di 320 testimoni a discarico e il presidente del tribunale dovrà decidere quanti di essi ammettere al processo. Nel frattempo, il pubblico ministero Francesco Scavo sta esaminando la richiesta avanzata dagli avvocati delle persone offese, vale a dire l'incriminazione per il reato di favoreggiamento del vescovo Gino Reali che, sebbene fosse stato messo al corrente del comportamento del suo prete, ha scelto di chiudere gli occhi e non intervenire, senza nemmeno avviare un procedimento disciplinare o un'inchiesta canonica.

Luigi Irdi