«La nostra scoperta intitolata a Paolo Costa»


OLIENA.«Voglio dedicare la nuova esplorazione a Paolo, e visto che è una condotta la vorrei chiamare Condotta Paolo Costa»: sono stata le prime parole di Alberto Cavedon, l'uomo che giovedi è sceso fino a meno 135 metri nella sorgente di Su Gologone, ieri sera al suo rientro alla base a Dorgali. Ma non può esserci gioia per il buon risultato della spedizione: il pensiero di tutti i sub continua a correre alla tragedia di Paolo Costa.
«Vogliamo dire due parole su Paolo - gli fa eco Leo Fancello, dorgalese, direttore della Scuola di speleologia subacquea -. Era un carissimo amico che conoscevo da vent'anni. Un documentarista che ha fatto immersioni in tutti i mari del mondo, dall'Oceano Pacifico ai ghiacciai. È stato con le orche, con le balene, gli squali. In Sardegna si era già immerso diverse volte a Su Gologone, fino a 60 metri con i corallari ad Alghero, nelle Grotte del Bue Marino. Una persona eclettica, generosa, disponibile. Giorni fa Paolo ha chiesto se poteva fare alcune riprese essendo in Sardegna per fare altre riprese a Stintino sulla vita di Massimo Scarpati. Lo abbiamo accolto di buon grado, ci siamo visti la sera prima per spiegargli il nostro programma, poi è arrivato la mattina con le sue attrezzature. Ha rispettato le nostre direttive, il suo obiettivo era quello di andare attorno ai 35 metri e filmare il passaggio dell'uomo di punta». Senza esagerazioni e senza rischiare niente più del necessario. Perché di esplorazione e di nient'altro si parla. Gli fanno eco Mario Mazzoli e Stefano Barbaresi, l'uomo che ha avuto il compito di scendere e riportare in superficie il povero Paolo Costa: «Siamo di una associazione onlus specializzata in ricerche archeologiche subacquee e speleosubacquee. Gente arrivata da Bologna, Roma, Vicenza e dalla Sardegna. In tutto una decina di persone che hanno lavorato in acqua e fuori. Esplorazione programmata con due linee di sicurezza. Due corde speleo fino a 35 metri che servivano sia come guida che per le bombole. Prima siamo arrivati ai 70 metri, dopo due giorni ai 107 e poi alla punta estrema dei 135».
A raggiungere quella profondità è stato Alberto Cavedon di Vicenza, che racconta: «Quando mi sono avvicinato al nuovo pertugio mi sono accorto che era si molto stretto, ma non era un laminatoio, come aveva scritto lo svizzero Isler (-107). È una condotta dove con le nuove attrezzature si passa, cosa impossibile a quell'epoca. Sono passato forzando un po' la penetrazione. Ho proseguito per una ventina di metri in una gola stretta e bassa, per intenderci un metro per 70 centimetri, scendendo abbastanza repentinamente fino ai 120 metri. La grotta sembra stretta però orizzontalizza. Ho fatto circa una ottantina di metri dopodichè, si scende ancora e la grotta si allarga. Mi sono fermato a meno 135, a 510 metri dall'ingresso, in quel punto la grotta risale e ho deciso che era giusto fermarmi. L'acqua? Cristallina, non c'è traccia di sedimenti, per cui dopo qualsiasi movimento rimane perfetta, sia all'andata che al ritorno, cosa abbastanza rara». Segni di vita? «Già dagli 80 metri ho trovato piccoli crostacei. La grotta a quel punto risale, ma più avanti potrebbe ricominciare a scendere, ma non è finita. Una grotta meravigliosa. anche per la temperatura a 12 gradi, buona per l'immersione che è durata cinque ore».
Lontano da tutti, Cavedon non poteva essere avvertito dell'incidente a Paolo Costa: ha saputo tutto quando è rimerso, e la sua splendida impresa ha perso importanza. La riacquisterà tutta quando la condotta inesplorata fino a giovedi verrà dedicata al subacqueo scomparso.

Nino Muggianu