La morte di Nespoli, cinquant'anni fa tragedia allo stadio


OLBIA.Cinquant'anni fa si svolsero i funerali di Bruno Nespoli, portiere dell'Olbia, al quale è intitolato lo stadio di via Ungheria. Una folla immensa accompagnò fino all'Isola Bianca il feretro che poi a bordo di una nave e quindi in Toscana prosegui il viaggio fino a Sansepolcro, paese d'origine dello sventurato Bruno. Un incidente di gioco nel corso della partita di serie D tra l'Olbia e la Carrarese del 24 gennaio 1960 (vinta dai bianchi per 1 a 0) fu fatale a Nespoli, morto a soli 22 anni, appena compiuti. Sulla tribuna e dietro le reti di recinzione del rettangolo di gioco assistettero alla partita, combattuta come sempre nelle tese e ostiche sfide contro le squadre toscane, circa 3.000 spettatori (!). Il dramma di Bruno Nespoli si consumò al 35'. Il portiere dei bianchi si tuffò alla hamihaze (come allora si diceva ed era consentito ai portieri) per afferrare in tuffo il pallone con un'uscita dai pali fin quasi al limite dell'area. Fu colpito alla testa, ma senza intenzionalità, dalla gamba mancina di Schamos, attaccante della Carrarese lanciato a rete. Si senti come un botto. Bruno rimase disteso a terra, percorso da brividi e scosse per tutto il corpo. I compagni si misero la mani nei capelli. La sensazione immediata, anche dalle tribune (molti gridavano «l'ana moltu», l'hanno ammazzato), fu che si fosse all'inizio di un drammatico pomeriggio sullo sterrato del Comunale.
Bruno Nespoli fu trasportato al San Giovanni di Dio dei Frati Benefratelli, dell'allora via Ospedale. Frattura della base cranica, commozione celebrale e fortissimo stato di choc, sentenziarono i medici. In quella corsia d'ospedale, la pur forte tempra del portiere cedette alla morte che sopraggiunse 12 ore dopo l'incidente. Fu una tremenda notizia per tutta Olbia. Bruno, in pochi mesi, si fece benvolere. Educato, sorridente, brillante soldato e, poi, un gran portiere.
Anche oggi, la sua drammatica fine resta uno dei più tragici ricordi nell'ultracentenaria storia calcistica dell'Olbia. Da accostare a un altro struggente evento: la morte a 26 anni di Angelo Caocci (classe 1949), uno dei migliori talenti olbiesi, deceduto in un campo d'allenamento di Torre del Greco, una morte che ha lasciato tanti interrogativi e dubbi, e al quale è stato intitolato lo stadio del Fausto Noce.
Bruno Nespoli, come detto, era nato a Sansepolcro in provincia di Arezzo, il 5 dicembre 1937. Il padre Pasquale, impresario, avrebbe preferito che, dopo gli studi, Bruno avesse seguito le sue orme, ma il giovane scelse il calcio, come ruolo portiere. Dimostrò subito di saperci stare tra i pali e, dopo una prima esperienza nella squadra cittadina, esordi con il Montevarchi in Promozione. Poi, dal 57 al 59 vesti la maglia dell'Arezzo, in serie C. Si mise in mostra, tanto che lo contattò la Sambenedettese (serie B). Ma il grande salto gli fu impedito dalla chiamata alla leva militare. Bruno fu destinato al Car di Cagliari e, poi, al 152º fanteria della Brigata Sassari. Quindi venne spedito al comando militare di Olbia. I dirigenti dell'Olbia ne vennero a conoscenza: «Al Comando tappa di via Mameli, c'è un portiere di talento. Bisogna tesserarlo». Il suo esordio in maglia bianca avvenne il 20 settembre 1959, alla prima giornata della serie D 1959-60, nel derby col Tempio, vinto 2-1. Un esordio «nascosto»: nei tabellini ufficiali, in porta, giocò Barbelli, un nome fasullo. Come militare non poteva risultare presente in campo. Nella gara successiva, contro la Romulea, venne sostituito dall'olbiese Matteo Deiana, poi emigrato in Corsica, dove mori. Dalla terza giornata (con la Sangiovannese) di quel torneo, Nespoli potè disputare tutte le altre partite fino al fatale 24 gennaio 1960. Giocò in una squadra affidata alla conduzione tecnica dei due olbiesi Nisio Giagnoni-Piero Spano. Un'Olbia con Palleddu Degortes massaggiatore, ma già in fieri allenatore.
La morte di Bruno Nespoli segnò il resto della vita di Schamos, l'ala sinistra della Carrarese che fu sfortunato autore del fallo. «Dopo quel tragico giorno, non è stato facile neanche per me - ha sempre ripetuto -. La vita di Bruno è finita per qualcosa che forse avrei potuto evitare. Me lo sono chiesto mille volte. La mia carriera da calciatore fini quell'anno, perchè ovunque andassi venivo additato come quello che aveva ucciso un avversario». Ultima annotazione, la lapide in memoria di Bruno Nespoli, cementata su uno dei muri perimetrali all'interno dello stadio. La sistemazione con cerimonia e contemporanea intitolazione del campo a Bruno Nespoli è del 20 giugno 1960. «Sullo stadio di Olbia che ti vide trionfare non passò il pallone attanagliato dalle tue mani, passò invece sorella morte e il fremito funereo trasvolò subito oltre il mare, fino alla tua Sansepolcro»: vi si legge a stento, effetto dell'incuria cui è stata soggetta da diversi anni.

Giovanni Canu