La battaglia di Osposidda Tragedia con 5 morti senza vincitori né vinti

NUORO. Raccontano che l'allora questore Angelo Torricelli, con un megafono alla bocca e il sostituto procuratore Sandro Norfo vicino, avesse gridato ai banditi nascosti dalle rocce: «Arrendetevi, vi sarà garantita l'incolumità». E che quelli avessero risposto con pochi secondi di silenzio, qualche colpo di fucile e un paio di bombe a mano. Raccontano, che da un macchione di erica, a un certo punto della battaglia lungo il canalone di Osposidda, l'ispettore Antonio Serra, noto «l'indiano», avesse visto sbucare a pochi metri dal suo naso la canna molto lunga di un fucile.
E che fosse riuscito miracolosamente a deviarne la traiettoria dei pallettoni con il suo Winchester. Raccontano di cinque uomini morti, tre feriti, un sequestrato restituito alla sua famiglia a furor di popolo e grazie alla mobilitazione degli olianesi. E un costone tra Oliena e Orgosolo tappezzato di bossoli, cadaveri e proiettili. Raccontano di corpi trasportati su un camioncino e sirene spiegate. Raccontano soprattutto di un coraggioso sovrintendente di polizia, Vincenzo Marongiu. Una moglie, due figlie, e tanti sogni. Ucciso da due fucilate al petto.
Venticinque anni dopo quel terribile 18 gennaio 1985, la strage di Osposidda è una valanga di ricordi, diverse cicatrici, e un fascicolo di circa 250 pagine ingiallite che la questura di Nuoro conserva come se fosse un pilastro delle sue fondamenta. Parte del suo stesso sangue. Alcuni dei protagonisti sono morti, altri osservano un silenzio carico di dolore. Una canzone di Piero Marras racconta tutto in sette strofe dove la tristezza si mischia alla rabbia: «Chi vi piangerà morti di Osposidda?». Due giovani commissari dell'epoca, Salvatore Mulas e Antonello Pagliei, entrambi questori di lunga esperienza in Barbagia, la definiscono «una tragedia senza vincitori né vinti. Perché con cinque morti non c'è altro da dire».
L'inferno scoppia alle 14.30 del 18 gennaio 1985. Un pomeriggio da lupi. Vento tagliente, nevischio. Nel canalone di Osposidda ci sono una trentina di uomini di due squadriglie della questura di Nuoro in assetto da guerra. Poco prima, al 113, qualcuno segnala che un gruppo di volontari olianesi ha intercettato i banditi che il giorno prima hanno sequestrato un imprenditore del paese, Tonino Caggiari. Ma i malviventi li costringono alla fuga per poi infilarsi nella macchia del canalone di Osposidda, armati sino ai denti, con un po' di cibarie e con qualche milione di lire di un sequestro precedente. La polizia raduna le truppe. Dirotta i suoi uomini migliori nel costone. Arrivano anche i carabinieri, il questore Torricelli, il pm Norfo, e l'ispettore Luigino Marongiu. Mentre l'ispettore Salvatore Pusceddu, il commissario capo Giuliano Fele e i carabinieri ascoltano il racconto del sequestrato. Comincia un pomeriggio che segnerà la vita di tanti.
Salvatore Mulas, quel giorno, è un giovane commissario di polizia che dirige la Uigos nuorese, la vecchia Digos. Ha 28 anni ed è da pochi mesi arrivato da Torino per la battaglia contro il Mas, il movimento armato sardo. Oggi è questore a Cagliari, ma non dimentica. «Quando penso a Osposidda e a quel pomeriggio - dice - mi viene in mente il Vietnam. È una specie di flashback. L'odore di cordite, la polvere da sparo, le grida, i colpi di fucile».
Tra banditi e forze dell'ordine si scatena un conflitto a fuoco epocale. Da un lato, quattro pericolosi latitanti. Tre di Orgosolo: Giovanni Corraine, Giuseppe Mesina e Nicolò Floris. Uno di Santu Lussurgiu, Salvatore Fais. Sono il gruppo che il giorno prima ha rapito Tonino Caggiari e lo ha liberato dopo neanche 24 ore grazie a una straordinaria mobilitazione di popolo. Dall'altro, ci sono circa 200 volontari di Oliena e un centinaio tra poliziotti e carabinieri.
Tutti lo capiscono: i banditi sperano di fuggire approfittando dal buio. Ma lo Stato non è d'accordo, chiede loro ripetutamente di arrendersi e manda in prima linea i suoi uomini più capaci. Al comando delle squadriglie c'è l'ispettore Antonio Serra. Per l'occasione torna anche l'ispettore Bruno Pilia. «Me lo ricorderò sempre - dice Mulas - era nella fase di prepensionamento ma non ci ha pensato: l'ho visto tornare a casa, prendere il suo Winchester e infilarsi nella macchia di Osposidda. È stato uno dei tanti coraggiosi protagonisti di quel pomeriggio».
Il conflitto a fuoco dura tre ore e mezza e finisce con quattro banditi morti e un sovrintendente di polizia caduto sul campo: Vincenzo Marongiu. Anche Antonello Pagliei, da Sassari dove dirige la squadra mobile ed è già un promettente investigatore, viene chiamato come rinforzo.
«Raccolsi una dozzina di uomini e partii - ricorda oggi - c'era un tempo da cani. Quando arrivammo il conflitto a fuoco era appena finito. Era una scena apocalittica: cadaveri, proiettili e dolore». «Non potevamo fare diversamente - spiega il questore Mulas - lo Stato non poteva fare neppure un passo indietro perché i banditi avevano scelto di non arrendersi. Sapevano che li attendeva l'ergastolo». C'è un immagine, che Salvatore Mulas, non scorderà mai. «L'ho visto da distanza - ricorda con dolore - il sovrintendente Marongiu, saltare da un rocciaio verso un bandito che pensava morto. Era un ragazzo atletico, Vincenzo. Lo hanno ucciso con due colpi di fucile. È la cosa più brutta che possa capitare a un comandante: vedere morire uno dei suoi uomini».
Salvatore Mulas non si tira indietro. Neppure davanti a una delle tante cicatrici che quel pomeriggio ha lasciato nell'immaginario dei barbaricini: i cadaveri dei banditi trasportati a Nuoro su un camion, al suono delle sirene. Persino Piero Marras l'ha ricordato nella sua canzone su Osposidda.
Il questore Pagliei ne ha parlato anche di recente con il cantautore e la cita a memoria: «Al suono di clacson si esibiscono per la strada. Chi vi piangerà morti di Osposidda?». E lo dice che quello, anche se non fatto certamente con intento trionfale, è stato un errore. «La sirena - spiega Mulas - era accesa perché stavano scortando i camion. Era una situazione difficile. La storia potrà dare un giudizio sereno. Ma una cosa è certa: quel giorno è stata una tragedia con cinque morti e nessuno ha mai pensato di celebrarla come una vittoria. Osposidda, però, ha insegnato a noi tutti che la solidarietà umana vince. Che il popolo, quando collabora, può fare del bene e magari riportare anche a casa un ostaggio». «È stato il culmine della sfida tra Stato e banditi - dice Pagliei - uno spartiacque nella lunga storia dei sequestri. Una tragedia senza vinti, né vincitori».

Valeria Gianoglio