12 gennaio 2010 —
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sezione: Sardegna
SASSARI. Nel suo ripetersi la storia rimescola ruoli e ragioni, paesaggi umani e derive dei sentimenti, paure profonde e torrenti di violenza. E il tempo lava le ferite e sa così far dimenticare il morso doloroso di ricordi nei quali invece si trovano preziose tracce per capire come si declinano la civiltà, il rispetto, la tolleranza e il reciproco riconoscersi. I fatti di Rosarno, con il loro carico di ferocia razzista, sembrano oggi una ferita nuova, una rottura improvvisa e stordente rispetto alla diffusa - e falsa - convinzione che negli italiani brava gente sia connaturata la cultura dellaccoglienza e della comprensione cristiana della disperazione degli altri.
E invece no, non è così. Perché ci si è dimenticati di infinite storie che raccontano invece una storia diversa e crudele. Storie nelle quali, per esempio, noi sardi siamo stati in passato i «negri», come i disperati di Rosarno. Braccati come animali, inseguiti e colpiti a morte da uomini spinti da una furia razzista. Come accadde nel 1911, a Itri, una cittadina tra Gaeta e Formia (allepoca in provincia di Caserta), patria di Fra Diavolo, il leggendario brigante diventato poi colonnello dellesercito borbonico.
In quegli anni occorrevano braccia e sudore per la costruzione del quinto tronco della ferrovia Roma-Napoli. Le Ferrovie Regie e le aziende che avevano in appalto i lavori reclutarono un migliaio di operai sardi. Quasi tutti minatori del Sulcis-Iglesiente. Il perché di questa scelta non è mai stato spiegato, ma è facile immaginare che i sardi, spinti dalla disperazione, erano propensi ad accettare salari più bassi e orari di lavoro massacranti. Allinizio dellestate del 1911, 500 sardi lavoravano in un cantiere a pochi chilometri da Itri. Vivevano in condizioni disumane: baracche, tuguri, alcuni perfino allaperto. Su di loro gravavano pregiudizi radicati. Basti pensare cosa aveva scritto sui sardi, anni prima, il responsabile della cancelleria sabauda Joseph De Maistre: «I sardi sono più selvaggi dei selvaggi perché il selvaggio non conosce la luce, il sardo la odia... Razza refrattaria a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano lumanità».
E questo razzismo sprezzante di una classe dirigente altera e incapace di riconoscere la differenza tra arretratezza economica e cultura marginale, si era fatalmente diffuso. Coltivato da luoghi comuni, era diventato un sentimento di ostilità diffuso nei confronti dei sardi. Gli itriani, popolo di agricoltori e di pastori, guardavano con diffidenza e con un certo disprezzo quellumanità dolente che sopportava fatiche disumane e viveva in condizioni estreme.
In questa situazione di tensione si insinuarono gruppi camorristici che vedevano in quelle centinaia di lavoratori una possibilità di profitto attraverso il pagamento del pizzo. Ma non avevano fatto i conti con quei selvaggi, non ne avevano percepito lorgoglio, la dignità e la loro insofferenza alla minaccia e alla prevaricazione: i lavoratori si organizzarono in una lega operaia per resistere apertamente alle pressioni della camorra.
La malavita soffiò allora sul fuoco del razzismo strisciante, alimentando il sentimento di ostilità contro i sardi. La tragedia esplose giovedì 11 luglio 1911. Il pretesto nessuno lo ricorda, ma allimprovviso la tensione si sciolse in una violenza torrida: centinaia di itriani armati si riversarono nella piazza dellIncoronazione e assalirono un gruppo di operai sardi al grido «Morte ai sardegnoli». Prima bastoni e pietre, poi i fucili. Alcuni operai sardi caddero a terra fulminati. Altri, feriti, vennero raggiunti dalla folla inferocita e linciati.
Lindomani, i lavoratori sardi rientrarono in paese per recuperare i corpi dei loro compagni uccisi. Ma si scatenò una nuova terribile caccia alluomo che proseguì per ore. Fu una mattanza. Le vittime ufficiali furono otto e sessanta i feriti. Un bilancio comunque impreciso perché si dice che gli itriani nascosero molti cadaveri e molti feriti si spensero dopo molti giorni di agonia.
La tragica beffa: alcuni lavoratori sardi vennero arrestati perché rissosi e altri espulsi e rispediti nellisola. Nel processo sui fatti di Itri, che si svolse a Napoli dal 2 al 5 maggio 1914, lavvocato Angelo De Stefano sostenne lincredibile tesi della «legittima difesa di una folla».
Una storia dimenticata, questa. Una storia imbarazzante di razzismo che è giusto ricordare. Come è giusto ricordare che la camorra non incassò neppure una lira dai barbari sardi, mentre gli itriani continuarono invece a pagare il pizzo.
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Piero Mannironi