Pezzi di storia senza folclore


CAGLIARI.Le sorelle Coroneo, Giuseppina e Albina, artiste e artigiane cagliaritane sembrano uscite da un romanzo di Milena Agus. Come i personaggi della scrittrice vengono dal cuore profondo della città. Zitelle, bellissime, una vita passata a nascondere il loro talento, a coltivarlo dentro uno spazio troppo piccolo, angusto: il negozietto di antiquariato nel Corso Vittorio Emanuele, a nascondersi alla storia fino a quando la storia, con i bombardamenti del 1943, non le incontrò cambiando la loro percezione del mondo. Scrivono cosi dopo le bombe che cambiarono per sempre il volto della città amatissima: «Noi risentiamo della gravissima trasformazione operata dalla catastrofe della guerra (...) noi viviamo come un organismo dopo una gravissima malattia dalla quale non si riesce a guarire del tutto, né nel fisico, né nel morale, e forse, dovrà passare purtroppo ancora molto tempo, prima di poterci ritrovare e riprendere».
Quella guerra, quei bombardamenti furono uno spartiacque, divisero in due la loro storia di artiste e artigiane creando un prima e un dopo. Il prima, anni Trenta, ha la forma dei preziosi collage di panno, amatissimi da Gio Ponti, che ritraggono in prevalenza figure femminili in costume, deliziosi ritratti che raccontano di una Sardegna immaginaria, coloratissima come i costumi dei tanti paesi sardi. Figure che hanno la vibrazione di un «Deco rustico» come suggerisce Marco Peri nel suo interessante contributo al catalogo, edito da Ilisso, che accompagna la mostra del Palazzo Regio, pieno di richiami ai grandi artisti sardi dell'epoca Giuseppe Biasi, i Melis, Tarquinio Sini, Edina Altara.
Dentro questi piccoli collage di panno, a volte non più grandi di una mattonella, stretti dentro belle cornici che rimandano ai motivi delle cassapanche dei nostri artigiani, le figure umane sono dominate da un'ingenuità che tiene lontano ogni riferimento alla realtà, quella vera e arcaica della vera isola, eppure singolarmente riescono anche ad allontanarsi potentemente dal folklore.
Singolare mistero di questi lavori dentro i quali la natura si affaccia costretta dalle due artiste dentro una linearità quasi nipponica. Il dopo. Dopo la guerra. Il momento forse più affascinante di queste due vite sospese, del continuo rinviare l'incontro con una gloria mai cercata e in fondo mai voluta. Arriva la stagione dei pupazzi, opera soprattutto di Giuseppina. Piccoli esseri umani che attorcigliano le loro membra scavate dal dolore attorno a un'anima di fil di ferro. Statuine di cartapesta, di tessuto. Venti centimetri che contengono però tutto il dolore di un'umanità che ha vissuto la tragedia della Guerra. E' il lato oscuro, nascosto dei collage, dominati da una serenità ingenua e ottimistica. Le certezze sono crollate come i muri della città, il ritratto del mondo ora si fa lancinante, doloroso. Corpi di esseri umani piegati dalla fatica, dal dolore, dalla rabbia, frammenti di vita vera, sospesi nella contrazione dell'attimo. Tre poveracci seduti nella 'bettola" a bruciare nel vino una vita inutile.
Uno spazzino accasciato per terra incapace di sfuggire a un destino che lo lega al selciato, alla terra, per sempre. L'autoritratto postumo, Giuseppina nelle umili vesti di una vecchia che ha visto tutto l'orrore del mondo e lo porta negli occhi scavati, nel vuoto delle orbite. Non c'è più niente da guardare, del mondo che le due sorelle conoscevano non è rimasto, per dirla con Ungaretti, che «qualche brandello di muro».

Enrico Pau