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Soru: con la mia giunta la Regione è rimasta fuori dal «termitaio»


dall’inviato
Piero Mannironi
 ALGHERO. Come il sale sulla ferita. La presentazione del libro dell’autorevole editorialista della Repubblica Alberto Statera è stato il potente detonatore di un’appassionata riflessione pubblica sull’intreccio perverso tra affari e politica e sulla fine dell’innocenza della sinistra. Cioé sulla fine di quella «diversità», anche morale, di cui parlava Enrico Berlinguer, rispetto al sistema corrotto della politica. Ma il libro “Il termitaio” di Statera, impietosa radiografia di un Paese nel quale i «padroni del danaro» sono diventati anche i padroni dei partiti, ha avuto l’effetto di creare un momento di autocoscienza all’interno del Partito democratico, scosso dei suoi tormenti interni e della sua incapacità di tradurre il progetto in linee condivise. Ma soprattutto della sua difficoltà di superare antiche appartenenze culturali e di liberarsi da incrostazioni che hanno un’origine generazionale.
 Al Quartè Sayàl, l’iniziativa dell’Obra Cultural di Alghero ha segnato anche il ritorno a una manifestazione pubblica di Renato Soru. Al dibattito, moderato dal giornalista Giacomo Mameli, oltre a Statera hanno partecipato la candidata alla segreteria regionale del Pd Francesca Barracciu (mozione Franceschini), il consigliere regionale Carlo Sechi, il deputato Guido Melis e il segretario della Federazione nazionale della stampa Franco Siddi. Ha dato invece forfait Silvio Lai, candidato alla segreteria del Pd per la mozione Bersani.
 Il clima dell’incontro non poteva non essere influenzato dagli eventi degli ultimi giorni e soprattutto da quell’emergenza informazione che ha vissuto proprio l’altro ieri il drammatico capitolo delle dimissioni del direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, aggredito con una violenza inusitata dal quotidiano della famiglia Berlusconi, Il Giornale. E proprio da Renato Soru è partito un attacco feroce al presidente del Consiglio accusato di usare «il telefono di Palazzo Chigi per parlare con ragazze minorenni e con spacciatori di droga». Una freccia al curaro scagliata dopo un intervento nel quale l’ex presidente della Regione, con qualche ruvidità, aveva contestato le tesi di Statera, presentando una Sardegna nella quale, almeno negli anni del suo governo, non c’è stata quella grave contaminazione della moralità politica descritta dall’editoralista di Repubblica.
 Politica e affari, dunque, ma anche politica e informazione. Un’emergenza della quale ha parlato con grande passione civile Franco Siddi. Il segretario della Fnsi ha infatti descritto le enormi difficoltà che si incontrano nelle redazioni nel portare avanti la propria «testimonianza professionale». Spiegando poi le ragioni che hanno spinto il sindacato dei giornalisti ad organizzare la manifestazione per la libertà di informazione per il prossimo 19 settembre a Roma, Siddi ha parlato di una «stagione drammatica» per il giornalismo italiano e di una «pericolosissima riduzione degli spazi di libertà».
 Il deputato democratico Guido Melis ha detto di condividere l’analisi di Statera sul progressivo imbarbarimento della politica, ma ha anche detto che «esiste una speranza», perché nel Paese ci sono le risorse culturali e morali per restituire alla politica stessa quella credibilità che si sta smarrendo. Per Melis uno dei punti sui quali si deve intervenire è l’informazione: «Non si deve lasciare il giornalismo solo», anche perché la «corretta informazione è la migliore garanzia per una formazione libera della pubblica opinione».
 Pur riconoscendo il momento difficile del partito, Francesca Barracciu si è detta ottimista su un recupero, da parte del Pd, della capacità di saper «tradurre in azione politica i valori ideali del centrosinistra». E infine Carlo Sechi, ex sindaco di Alghero e ora consigliere regionale. Per lui è possibile ricucire gli strappi all’interno dell’arcipelago della sinistra e il primo esempio arriva proprio dal consiglio regionale con la formazione di un «gruppo unico e coeso».