14 giugno 2009 —
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sezione: Fatto del Giorno
SASSARI. Una cabina telefonica di Olbia, in pieno centro, in via Roma. Da lì sarebbero partite le telefonate per rivendicare alcuni degli attentati messi a segno in Sardegna e firmati dai Nuclei proletari per il comunismo e Organizzazione indipendentzia resistentzia. La scoperta è stata fatta dalla Digos di Sassari che venerdì ha sequestrato documenti e supporti informatici a casa di un esponente dellarea marxista-leninista. Luomo, A.S, di 33 anni, originario di Lula ma residente a Siniscola, dipendente di un ente pubblico regolarmente in servizio, ha ricevuto un avviso di garanzia.
Il provvedimento è stato eseguito su disposizione del procuratore della Dda di Cagliari Paolo De Angelis e tutto il materiale sequestrato passa ora allesame degli inquirenti che indagano su una serie di attentati compiuti in Sardegna a partire dal 2002.
Lattività della Digos sassarese è cominciata circa cinque anni fa, dopo una telefonata arrivata il 12 ottobre del 2005 alla polizia municipale di Ozieri. Una voce maschile annunciava tre bombe allaeroporto Olbia-Costa Smeralda e prima di chiudere la comunicazione introduceva una sigla che la vigilessa che aveva risposto alla chiamata ricordava genericamente come Gruppi comunisti, con qualche riferimento alla guerra e agli attentati in Iraq. Intervenne il commissariato di polizia di Ozieri che, poco dopo, girò il problema alla Digos di Sassari.
Niente scherzo di un telefonista anonimo. Gli investigatori puntarono sul filone delleversione, ma la ricostruzione non fu semplice. Anche perchè lautore della chiamata «era uno fuori territorio».
Qualcosa, però, poi succede perchè nel corso degli sviluppi delle indagini si scopre che da quella stessa cabina stradale di Olbia sono partite le telefonate per rivendicare gli attentati alle case oristanesi del senatore Ignazio Manunza (allora di Forza Italia) e del consigliere regionale Mario Diana di Alleanza Nazionale, allepoca presidente della Provincia di Oristano (23 dicembre 2003); poi al locale notturno Smailas di Poltu Quatu, a due passi da Porto Cervo (13 aprile 2004) e a Porto Rotondo, il 7 aprile del 2004, a poche ore dalla conclusione del vertice tra il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il premier britannico Tony Blair: un ordigno inesploso venne ritrovato dentro un cassonetto dei rifiuti. I tre fatti vennero rivendicati (i primi due a doppia firma) da Npc e Oir (Nuclei proletari per il comunismo e Organizzazione indipendentzia resistentzia). Sono gli ultimi episodi di una lunga serie che si era aperta nellottobre del 2000 con il ritrovamento nello stabilimento petrolchimico di Porto Torres di un documento che annunciava la nascita delle nuove Brigate Rosse. Alle sigle del momento si aggiunge anche la Rrs (Resistenza rivoluzionaria sarda) che si assume la paternità dellautobomba esplosa vicino al carcere di Buoncammino a Cagliari.
Lattività svolta dalla Digos di Sassari nei giorni scorsi conferma che il lavoro non è mai stato interrotto e che anzi, in coincidenza con limpegno per il G8 - inizialmente previsto alla Maddalena e poi trasferito allAquila - gli uomini guidati dal dirigente Mario Carta, su disposizione del questore Cesare Palermi (che vanta una lunga esperienza proprio alla Digos) hanno completato una complessa opera di ricostruzione delle sigle e dei personaggi di riferimento presenti nel territorio isolano.
E presto per dire se liniziativa di Olbia e Siniscola di questi giorni può consentire di definire eventuali collegamenti con la realtà nazionale che - dopo gli arresti effettuati dalla Digos e dallantiterrorismo di Roma - avrebbe messo in evidenza una serie di «contatti» visibili con larea sarda. Si intuisce però, dallattenzione con cui vengono portate avanti alcune attività, che il quadro ricostruito dagli inquirenti parte sempre da determinati punti fermi, con una teoria che mette insieme blitz dinamitardi a ripetizione (riusciti e falliti, alcuni solo dimostrativi), documenti programmatici e lettere minatorie inviate a sindacalisti, politici e magistrati. Senza trascurare alcune iniziative di autofinanziamento (qualcuna fallita in modo strano, come la rapina alla gioielleria di Luras) che avrebbero dovuto «rafforzare» il progetto rivoluzionario. In mezzo anche un «dibattito intenso» tra le diverse sigle che si riconoscono nel fronte marxista-leninista e dellindipendentismo sardo.
Di certo si sa che la Dda di Cagliari non ha mai messo da parte linchiesta e che dopo gli arresti di Roma e Genova dei presunti eredi delle Brigate Rosse qualcosa si è rimessa in moto. Oltre a Bruno Bellomonte, il capostazione sassarese arrestato, e più volte intercettato in colloqui con altri «compagni», tra i quali Luigi Fallico (considerato il capo del gruppo), ci sono altre persone «sotto osservazione», alcune già perquisite.
Intanto a Roma la polizia cerca un garage, un box o comunque un altro locale che potrebbe essere stato a disposizione di Luigi Fallico. E la Digos gli attribuisce una certa importanza se è vero che ieri ha lanciato un appello a chi avesse notato luomo entrare o uscire da un locale con caratteristiche simili.
Dalle intercettazioni racchiuse nelle 83 pagine dellordinanza del gip di Roma - che ha portato ai sei arresti e ai 15 indagati dei giorni scorsi - emerge un riferimento significativo alla Sardegna, e non solo per il fatto che è (in quel momento) scelta come sede del G8. Gli investigatori rilevano «la considerazione» riconosciuta ad alcuni elementi dellarea eversiva e cercano di valutare in maniera coerente i possibili collegamenti tra i quattro-cinque anni di frenetico attivismo delle azioni di matrice eversiva e quello che è accaduto negli ultimi mesi. Forse il lavoro di «verifica» è cominciato proprio in queste ore e potrebbe dare una dimensione diversa anche ai cambiamenti che si sono verificati.