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Saras, la ripresa del lavoro a ritmi più umani e più sicuri


 SARROCH. La settimana peggiore, alla Saras, dal 1962, anno di fondazione, a oggi è passata. Non dimenticata: tre morti sono impossibili da cancellare. Dopo la tragedia, dopo i funerali, dopo i cinque giorni di sciopero, ieri mattina gli operai delle ditte d’appalto sono rientrati al lavoro.
 La manutenzione programmata è ripresa secondo il calendario deciso dalla direzione prima di quel maledetto martedì pomeriggio, il giorno in cui Gigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis sono rimasti intrappolati nella cisterna dell’impianto Mhc1. Ma con una differenza rispetto a sette giorni fa: gli straordinari sono bloccati fino a nuovo ordine e tutte le squadre rispetteranno senza deroghe l’orario previsto dal contratto nazionale di chimici, edili e metalmeccanici, ovvero dalle otto alle sedici, compresa la pausa pranzo.
 Ed è questa la vera novità dopo che sul piazzale della raffineria era stata la base a denunciare lo stress provocato dai turni esasperati e dall’accelerazione imposta dalle ditte esterne per la consegna dei lavori di manutenzione. Il giorno dopo la tragedia, nella prima assemblea, c’era stata l’immediata sollevazione delle tute blu contro le tabelle di marcia concordate nelle commesse: tre mesi di fermo tecnico programmato compressi in appena 45 giorni, carichi di lavoro oltre l’immaginabile per tenere fede agli impegni presi dagli appaltatori con la Saras. Oggi, con il blocco degli straordinari, gli operai esterni hanno vinto almeno sui turni e su quello che è stato definito «lo stress organizzativo del sistema». Adesso qualcosa d’importante dovrà cambiare nella sicurezza, perché «né la Saras, né le aziende, né i sindacati e nessuno di noi - diceva ieri un saldatore prima di rientrare in fabbrica - potrà più dimenticarsi neanche una delle regole che governano il lavoro in un ambiente ad alto rischio come è una raffineria».
 La filiera della sicurezza: è questo il tema che Cgil, Cisl, Uil, Confindustria e Saras hanno messo in testa alla nuova agenda di incontri. Venerdì c’è stato il primo vertice, senza decisioni operative (quelle spetteranno al confronto tra la direzione dello stabilimento e i sindacati interni) ma è chiaro che su questo fronte qualcosa è mutato. Oggi la frase chiave del cambiamento è questa: «Da parte di tutti d’ora in poi dovrà essere rigorosa l’applicazione delle procedure definite, con il costante presidio dell’attività e il continuo miglioramento dell’affidabilità dell’impianto». Bisognerà ritornare a quella che Cgil, Cisl, Uil e la stessa Saras hanno definito «la cultura della prevenzione». Il primo passo è stato fatto e forse andava fatto molto prima di quel maledetto martedì pomeriggio.
 L’inchiesta. I pubblici ministeri Emanuele Secci e Chiara Maria Manganiello per adesso non hanno interrogato nessuno dei quattro indagati per omicidio colposo plurimo Guido Grosso, direttore della Saras di Sarroch, Francesco Ledda, Giannino Melis e Vincenzo Meloni, rappresentante legale, caposquadra e capocantiere della Comesa, l’impresa per cui lavoravano le tre vittime. Prima di qualsiasi interrogatorio la Procura vuole leggere le relazioni dei periti incaricati dell’autopsia (Roberto Demontis e Giuseppe Porcu) e degli accertamenti tecnici (Salvatore Gianino). Ai medici legali i magistrati chiedono qual è stato il gas che provocato l’asfissia, con l’azoto primo indiziato. Dall’esperto in impianti industriali la Procura si aspetta un chiarimento sul protocollo interno alla raffineria (responsabili, divisione dei compiti, comunicazione tra i vari livelli, controllo e presidio dei siti in manutenzione) ma anche una prima risposta alle tante domande ancora sul tavolo dell’inchiesta. Queste sono soltanto alcune. C’era il permesso di lavoro per entrare in quel silos? La zona era stata bonificata per intero? L’impianto Mch1 doveva essere presidiato e da chi? L’oblò della cisterna era chiuso o aperto? Sarà un’indagine difficile e delicata.
- Umberto Aime

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