Il mistero del Muto di Gallura


Il Muto di Gallura è un personaggio leggendario, forse il più famoso dei «vendicatori» dell'Ottocento sardo. Almeno di quelli galluresi, che pure dovevano distinguersi in una regione che era allora una delle più agitate dell'isola. Per questo, nel 1885, a distanza di un quarto di secolo dalla sua scomparsa (è il termine esatto, perché nessuno vide mai il suo cadavere, e su questa circostanza furono costruite dalla fantasia popolare numerose leggende), il grande poligrafo sassarese Enrico Costa scrisse su di lui una specie di libro-reportage che divenne rapidamente un bestseller. La collana della Nuova Sardegna «Banditi & Carabinieri» ha perciò scelto di ristamparlo ancora una volta: i lettori lo troveranno in vendita in edicola da domani con il giornale.
Chi era il misterioso Muto? Lo scrittore tempiese Franco Fresi ne ha anche ricostruito il ritratto sulla base della tradizione: «Era intelligentissimo ed astuto, biondo, di statura media, agile come un capriolo, dalla vista acutissima e dal naso arcuato in modo cosi vistoso che Ghjuannantoni Mannu, quando mandò i suoi sicari per ucciderlo, diede loro l'incarico, per essere certo che fosse morto, di portargli la sua pistola istoriata e quel naso inconfondibile». Si chiamava Sebastiano Tansu Addis, era sordo e muto fin dalla nascita.
Aggius era considerata già da decenni una delle comunità più turbolente della Gallura: una regione montana che a lungo si era sottratta al controllo dello Stato, dove la giustizia si faceva col fucile. All'inizio del secolo il governatore di Sassari aveva addirittura proposto di bruciare il paese e disperderne la popolazione ai quattro punti cardinali. Durante gli anni in cui il Muto visse la sua breve vita (nato nel giugno 1827, mori, se mori nell'anno in cui i suoi parenti ne fecero celebrare le esequie, a poco più di trent'anni), Aggius fu travagliata da una micidiale faida. Durò sette anni e contrappose tre grandi famiglie del paese, i Vasa contro i Mamia e i loro alleati Pileri, in una vera e propria guerra civile che dal 1849 al 1856 fece settanta morti. Poi, nel 1856, le autorità civili e religiose che stavano a Tempio riuscirono a costringere le parti a venire a patti e a celebrare, in un rito pubblico di grande spettacolarità, le «paci» fra ex nemici.
Sebastiano, latitante dal momento in cui, in una delle primissime fasi della faida, gli avevano ucciso il fratello Michele, è presente a quell' obbligato abbraccio corale, ma resta alla macchia, e comincia a frequentare la casa di un ricco pastore che abita nello stazzo di L'Avru. Qui si innamora, corrisposto all'inizio, di Gavina, la figlia del padrone di casa. Posposto poi a un pretendente che ha meno conti da regolare con la giustizia, riprende la caccia a tutti quelli che lo hanno offeso.
Il libro di Enrico Costa comincia proprio il 6 luglio 1857, con il Muto in agguato per uccidere la prima vittima della sua lunga vendetta: poi il narratore torna indietro, con una serie di flashback, a raccontare come tutto ha avuto inizio. Costa, che nelle sue corde di scrittore aveva anche quella di giornalista (dedica il libro a Medardo Riccio, che poi sarà a lungo direttore della «Nuova»), nel 1883 era andato sui luoghi della vicenda e nel 1885 pubblicò presso il milanese Brigola un libro che vuole essere la storia «vera» del Muto, già circondata da un alone di sanguinosa leggenda. Ma il Costa voleva fare non solo una inchiesta giornalistica, ma anche un'opera letteraria. La sua popolarità è infatti legata anche al modo in cui si avvicina alla figura del Muto: che, ha scritto Giuseppe Marci, «contraddice ogni cliché riguardante la 'nobile" figura del bandito sardo. Cosi pure l'intero contesto è rappresentato senza indulgenza, anzi con tratti che suonano fortemente critici». «Questo tono di verità - conclude Marci - contribuisce sicuramente a conferire suggestione alle pagine del Costa e ci aiuta a comprendere perché, trascorso tanto tempo, ha ancora senso ristampare l'opera e rileggerla».

Manlio Brigaglia