mercoledì 17.03.2010 ore 23.31

ARCHIVIO la Nuova Sardegna dal 1999

La lente della Procura sulla raffineria

  CAGLIARI. ‘Oil’, il documentario sulla Saras prodotto dal regista Massimiliano Mazzotta, ha suscitato l’attenzione della Procura della Repubblica, che ha aperto un fascicolo sull’attività della raffineria e sulle presunte conseguenze per la salute degli operai e degli abitanti di Sarroch.  E’ stato il procuratore capo Mauro Mura - che non ha voluto confermare al cronista l’avvio di un’inchiesta giudiziaria, comunque a livello di atti relativi - a vedere direttamente il lungometraggio in una delle proiezioni pubbliche. Subito dopo sono stati incaricati due sostituti - Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello - che dovranno valutare se gli elementi d’informazione contenuti nel film siano fondati e se possano emergere ipotesi di reato, che in questa fase non vengono indicate. Il primo passo dell’indagine sarà con ogni probabilità l’acquisizione di una copia del dvd prodotto da Mazzotta. Il secondo l’esame della relazione scientifica elaborata dal ricercatore fiorentino Annibale Biggeri, che con estrema prudenza ma con inedita determinazione sembra fornire preoccupanti conferme ai timori espressi nel corso degli anni dagli abitanti di Sarroch: la percentuale di morti per malattie tumorali intorno alla zona industriale, dove operano anche altre aziende oltre la Saras, sarebbe al di là della media sarda. Biggeri ha parlato con insistenza di alterazioni al dna riscontrate fra gli operai Saras e nella popolazione dell’area, alterazioni che secondo i dati edpidemiologici disponibili accrescerebbero il tasso d’incidenza di alcune malattie.  «Qui a Sarroch ormai si muore solo di cancro, si muore di malattia...» hanno detto alcuni giovani protagonisti del documentario. Altre persone - che nel film sono state rese irriconoscibili per ragioni ovvie, nel volto e nella voce - hanno parlato di pericoli gravi per la salute legati soprattutto al trattamento degli ultimi residui del tar, quanto resta degli oli combustibili dopo la gassificazione, all’interno dell’impianto Sarlux, controllato dalla Saras. Testimonianze forti nella loro genericità, che però assumono un peso diverso se confortate dagli esiti di un lavoro scientifico da considerarsi serio e attendibile come quello condotto da Biggeri, cui il regista milanese ha fatto riferimento nel suo film-documento.  I vertici della Saras hanno sempre smentito con decisione l’esistenza di pericoli per la salute legati all’attività produttiva dell’impianto di raffinazione. Nel corso degli anni - lo stabilimento è stato inaugurato nel 1965 - altre rilevazioni epidemiologiche condotte dall’università di Cagliari e da autorevoli centri di ricerca hanno dato ragione all’azienda dei fratelli Moratti, i cui investimenti sulla sicurezza e sulla prevenzione sono stati sempre molto alti. Le parole chiare di Biggeri e l’accuratezza documentale con cui è stato realizzato il film hanno però indotto il capo della Procura a disporre approfondimenti. Un atto dovuto in presenza di elementi almeno in apparenza nuovi.  Il direttore della comunicazione Saras, Stefano Filucchi, manifesta assoluta tranquillità: «Abbiamo un grande rispetto per l’autorità giudiziaria e tutti i dati sulla nostra attività sono a disposizione». Aggiunge Filucchi: «La raffineria ha avuto la registrazione Emas dall’Ispra, il maggior istituto che si occupa di sicurezza ambientale e grazie a quella ci è stata confermata per otto anni l’autorizzazione ambientale Aia, prima raffineria in Italia, con controlli continui da parte dell’Arpas regionale cui ci sottoponiamo volontariamente».  Intanto stamane si farà l’udienza davanti al giudice Vincenzo Amato dopo il ricorso per sequestro giudiziario del film presentato dai legali del gruppo Saras, che chiedono l’eliminazione dal film di alcuni passaggi ritenuti lesivi e la restituzione di materiale fornito dalla Saras al regista. Oggi saranno sentite le parti. - Mauro Lissia

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